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| Un'idea alta della politica |
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| lunedì, 17 marzo 2008 | ||||||
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Lucia Fronza Crepaz, presidente del Centro Internazionale del Movimento politico per l'unità, nello scritto che segue tratteggia alcuni elementi di forza della visione poltiica di Chiara Lubich che stanno alla base dell'esperienza ormai più che decennale del Movimento da lei fondato nel 1996 per quanti operano in politica facendosi ispirare dal principio della fraternità universale.
Chiara, con il suo tipico linguaggio carismatico, spiegò così ad un gruppo di Deputati e Lord inglesi, la sua idea alta di politica: un’arte mite e forte al tempo stesso, in attento ascolto delle istanze della società, per comporle armonicamente e tradurle in progetti politici. Lei stessa ebbe a descrivere ciò che era diventata, in solo pochi anni, quella sfida, sotto la sua diretta spinta: “un laboratorio internazionale di lavoro politico comune, tra cittadini, funzionari, studiosi, politici impegnati a vari livelli, di ispirazioni e partiti diversi, che mettono la fraternità a base della loro vita e solo dopo si muovono all'azione politica”. Il suo rapporto con la politica, pur molto esigente in fatto di coerenza ai valori scelti, è sempre stato assieme realistico e positivo, laico insomma. Non ha avuto paura del potere, sapeva che per raggiungere l’unità della famiglia umana, quel grande progetto in cui ci aveva tutti coinvolti, era necessario averne in mano le leve. Spingeva, se ce n’era la possibilità, ad assumere impegni e cariche, ma con una condizione precisa: essere casti ed agire uniti! Casti? In politica? Ricordo un Presidente del Consiglio italiano che confessò: “Sapete perché Chiara influisce così tanto su di me? Non mi ha mai chiesto niente, nè per sé, né per i suoi!” Uniti? In politica? E’ lei che parla: “Si propone a tutti quanti agiscono in politica di formulare quasi un patto di fraternità per il loro Paese, che metta il suo bene al di sopra di ogni interesse parziale, sia esso individuale, di gruppo, di classe o di partito.” L’azione di Chiara, fin dall’inizio della sua storia, ha avuto come misura la città e la travolgente esperienza dell’amore di Dio l’ha spinta anzitutto, con le sue prime compagne, a prendere le misure della sua città, Trento: “Volevamo – racconta - risolverne il problema sociale all’indomani della seconda guerra mondiale...”. E i poveri cercati, con metodo, dentro i quartieri distrutti, si ritrovarono non solo con le mani piene, ma resi partecipi all’interno di una comunità che li coinvolgeva come soggetti. “Questa – ci disse un giorno – è l’opzione che contraddistingue la nostra politica: non fare azioni per i poveri, ma coinvolgerli ad essere soggetti della costruzione della città nuova.”
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