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New Humanity, un impegno per lo sviluppo Print E-mail
Written by Patrizia Mazzola   
domenica, 04 maggio 2008

Due domande a Marco Aquini, rappresentante di New Humanity al recente simposio internazionale presso la sede ONU di Ginevra

logo-newhumanity.jpgDal 7 al 9 gennaio 2008 presso la sede ONU di Ginevra si è tenuto un importante incontro sul tema del diritto allo sviluppo. La partecipazione di New Humanity  (nota1) alla riunione si inquadra nell’attenzione che la ONG rivolge da tempo a questo tema, anche con la presentazione di alcuni documenti alla Commissione e al Consiglio dei diritti umani.

A che punto siamo con gli Obiettivi del Millennio, sottoscritti nel 2000, che puntavano allo sradicamento della povertà entro il 2015?

Ne parliamo con Marco Aquini, del Consiglio Direttivo di New Humanity .

 In un mondo sempre più globalizzato, carico di conflitti in corso, spicca la problematicità del ruolo delle Nazioni Unite. Come si sa, esiste una grave situazione di stallo in cui si trova la riforma dell’ONU, che andrebbe sbloccata con urgenza. Qual è il lavoro di New Humanity in questo contesto?

L’ONU è un’organizzazione intergovernativa e quindi la sua esistenza e la sua azione dipendono da quello che i governi vogliono fare, tenendo conto dei diversi equilibri a livello internazionale. Ma non si può dire che la riforma dell’ONU sia bloccata; in vari settori sono stati fatti dei cambiamenti per migliorarne l’efficienza e accrescerne le competenze. Penso alla costituzione della Peace-Building Commission, al rinnovamento del ruolo del Consiglio Economico Sociale, alla costituzione del Consiglio dei Diritti Umani che ha sostituito la Commissione, ad una serie di misure operative e organizzative per un migliore coordinamento fra i vari settori.
La scelta di Kofi Annan e dell’attuale segretario generale Ban Ki Moon è stata quella di privilegiare un approccio progressivo e per settori, mentre resta d’altra parte la difficoltà posta dagli Stati di affrontare la questione del Consiglio di Sicurezza e la sua riforma.
Il ruolo di New Humanity mi pare possa concentrarsi su tre aspetti: portare nell’ambito dell’ONU esperienze e fatti che dimostrano che le finalità per cui l’ONU è nata sono attuabili in maniera piena; richiamare costantemente il forte e direi essenziale legame di ogni azione e progetto con la dignità della persona umana; collaborare con altre ONG, con i governi e altri attori su iniziative che possano dare slancio all’azione dell’ONU, nella convinzione che essa ha le potenzialità per essere il luogo di incontro e di cooperazione per il bene della famiglia umana.

Come ha dichiarato il direttore della Caritas Mons. Guerino Di Tora, “nel nostro Paese si perde troppo tempo a creare un'idea fosca dell'immigrato e si trascurano i motivi che consentono di parlare di questo fenomeno come una grande opportunità". Nell’Obiettivo 8 della Dichiarazione del Millennio (nota2) si legge che “in collaborazione con i paesi in via di sviluppo, bisogna sviluppare e mettere in atto strategie per creare posti di lavoro dignitosi e produttivi per i giovani”. Quali partnership per lo sviluppo sono state promosse in questi anni e quali sono i risultati attesi, soprattutto sul versante dei flussi migratori?

Sul tema del rapporto fra sviluppo e creazione di lavoro sottolineo soprattutto il ruolo dell’OIL., l’Organizzazione internazionale del lavoro, l’unica delle organizzazioni della famiglia dell’ONU che vede su piano paritario l’azione congiunta di governi, imprenditori e sindacati. Sono stati raggiunti risultati importanti soprattutto per quanto riguarda argomenti sensibili come quello del lavoro minorile.
Mi pare tuttavia che vi sia un nodo cruciale da sciogliere ed è quello dei finanziamenti per lo sviluppo. Gli investimenti orientati alla produzione e quindi alla creazione di lavoro si rivolgono soprattutto ai Paesi che prospettano un ritorno economico, attore privato o pubblico che sia il soggetto che investe. Ma l’aiuto pubblico allo sviluppo dovrebbe essere orientato essenzialmente a sostenere i settori sociali e le emergenze umanitarie. La sfida è quella di promuovere lavoro, e quindi offrire la possibilità di non emigrare, anche per popolazioni di aree come l’Africa Sub Sahariana che non “promette” facili e immediati ritorni economici (nota3).
Non si può prescindere perciò da una forte motivazione etica, quella richiamata da Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus: “anche la scelta di investire in un luogo piuttosto che in un altro, in un settore produttivo piuttosto che in un altro, è sempre una scelta morale e culturale” (CA 36).
Un elemento di interesse crescente è il ruolo delle rimesse di quanti sono emigrati, che stanno sostenendo in vari modi i loro Paesi di origine. Nel 2007 hanno raggiunto la considerevole cifra di 240 miliardi di dollari, almeno tre volte gli aiuti pubblici per lo sviluppo. Sono flussi finanziari che vanno a sostenere soprattutto spese sociali delle loro famiglie, ma potrebbero essere orientate anche ad avviare iniziative imprenditoriali.

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