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Giovani, generazioni e politica Print E-mail
Written by Marco Fatuzzo   
sabato, 10 maggio 2008

Una nuova ricerca di Alberto Lo Presti - docente di sociologia dei fenomeni politici (Università del Molise) - sulla relazione tra politica e universo giovanile

 

(Città Nuova Editrice,  Roma 2008, pp.114, € 10,00)

L'ingenuità_e_la_politica.jpg

Seguono ampi stralci della recensione del libro inviata da Marco Fatuzzo, presidente del Mppu in Sicilia.

"Ogni qual volta si tenta una analisi della condizione giovanile, si fallisce miseramente. E’ come voler scattare una foto “istantanea” ad un soggetto in rapido movimento: dopo lo sviluppo del negativo, la stampa risulterà irrimediabilmente “mossa” e sfocata.

Badiamo bene, ciò accade anche per le indagini scientifiche più serie: le interviste vengono rilasciate da un certo campione significativo, poniamo di diciottenni, intervistati in un certo anno. Segue la lettura, l’analisi delle risposte e la pubblicazione del rapporto: ben che vada sono trascorsi 2-3 anni dallo scatto del flash allo sviluppo del negativo. Quei giovani che hanno costituito oggetto dell’indagine, intervistati alle soglie dell’esame di maturità, oggi hanno 20-21 anni; la loro condizione di vita è mutata; il loro modo di pensare e di concepire se stessi e la società non è più lo stesso di appena due-tre anni prima; in alcuni casi può essersi radicalmente modificato; anzi bisognerebbe meravigliarsi del contrario.

Lo Presti lo dice subito, sin dall’introduzione: né foto né analisi della condizione giovanile. Il  suo pamphlet si propone soltanto di rimuovere luoghi comuni e diffusi pregiudizi intorno all’universo giovanile e, in particolare sul suo rapporto con la politica. E a Lo Presti possiamo consentire di farlo (...).  Che l’autore sia da sempre vicino alle generazioni giovanili lo rivelano le competenti conoscenze, diremmo di “prima mano”, ch’egli evidenzia anche nei capitoli conclusivi del saggio, riguardo ai vari fenomeni giovanili che hanno caratterizzato il XX scorso, dagli hippy di fine anni ‘60, ai punk di fine anni ’70 fino alla cultura dei cyberpunk di questo primo scorcio di nuovo millennio. (...)

In apertura, smonta senza fatica la tesi paternalistica che la gioventù, lungi dall’essere un “male necessario”, sia piuttosto una invenzione “moderna”, risalente al XVIII secolo, allorché la gioventù non esisteva come problema, non era un progetto civile, non possedeva protezioni giuridiche. L’autore riporta poi pagine di crudo realismo sulla condizione drammatica cui erano soggetti giovani e minori nell’era della rivoluzione industriale, che, secondo alcuni, coinciderebbe con l’ “invenzione della gioventù’”, e che sarebbe quasi una metafora della retrocessione della vita sociale. Per arrivare poi al XX secolo, in cui l’autore proietta la condizione giovanile verso inaspettate potenzialità per la storia, dal sorgere delle associazioni universitarie attive in Europa, con particolare attenzione alla Germania, alla nascita dell’ideologia della nazionalizzazione delle masse, il cui passaggio alla ideologia della guerra sarà breve. Come le pagine sulla condizione dei giovani e dei ragazzi nelle fabbriche nel secolo precedente, le pagine che Lo Presti dedica ai terribili anni dei conflitti mondiali ci consegnano drammaticamente l’alto tributo che le giovani generazioni sono state costrette a pagare all’ideologia bellica, in Italia, come in Germania o in Spagna.

Dopo aver demolito la tesi paternalistica sulla gioventù come invenzione post-industriale, Lo Presti passa a smontare fin dalle radici l’accusa mossa alla gioventù di essere allergica alla politica (...)  dimostrando come in effetti sia la politica nel suo svolgersi pragmatico che allontana i giovani da sé, disgustandoli: dal linguaggio criptato, per soli addetti ai lavori, dei politici nei talk show televisivi, all’autoreferenzialità della politica incapace di offrire una testimonianza avvincente di sé, al forte scollamento fra gli obiettivi della politica e le aspirazioni dei giovani nel definire i propri contesti esistenziali, all’accessibilità da parte dei giovani al gruppo dirigente. Di particolare interesse appare inoltre la demolizione, operata dall’autore, della domanda – che dimostra come mal posta e anacronistica – se i giovani, oggi, siano in prevalenza di destra o di sinistra, evidenziando come il vecchio modello della contrapposizione ideologica sia andato in crisi. E in questo chiama a testimone Sartori, che definisce questi stereotipi come “mere immagini spaziali, sprovviste di significato semantico, contenitori vuoti, aperti a tutti i travasi”.

Sottolinea poi come, se è vero che i giovani mostrino oggi un solido scetticismo verso le forme tradizionali di impegno politico, in realtà essi agiscono con maggiore interesse nei confronti dei nuovi movimenti e delle associazioni politiche al di fuori delle organizzazioni di partito: e questo fatto, per Lo Presti, lungi dall’evidenziare un segnale di debolezza, è indice al contrario di miglioramento della qualità della partecipazione. (...)

Si perviene così alla tesi fondamentale del libro di Lo Presti: l’ingenuità salverà il mondo. Il giovane viene giudicato non idoneo all’impresa politica in virtù dell’idealità che lo accompagna; il giovane è una variabile politicamente ardua da gestire, imprevedibile, scomodo, immaturo, impreparato. In una parola è troppo ingenuo per riuscire a far bene una cosa ritenuta così complicata come la politica. Ma – fa rivelare opportunamente l’autore – ingenuo proviene dal latino ingenuus, che non significa né tonto né babbeo, quanto piuttosto libero, onesto, schietto, leale. E aggiunge : «bisognerebbe quindi che chi ritiene l’ingenuità un fardello da rimuovere dimostrasse che sul terreno della politica la libertà dai condizionamenti, l’onestà, la lealtà, sono delle qualità inutili, o indesiderate». Si potrebbe, credo, gettare la spugna già a questo punto, perché ritengo che non ci possa essere alcuno in grado di contestare detto assunto. Ad adiuvandum, comunque, l’autore apre una parentesi dimostrativa, che cita una immagine esemplare ed emblematica di una autorevole personalità politica del novecento italiano, Igino Giordani, scrittore sublime, membro dell’Assemblea costituente e deputato al Parlamento nella prima legislatura repubblicana, che nella sua autobiografia si qualificava proprio come un cristiano “ingenuo”, memore delle numerose volte in cui questo epiteto gli veniva attribuito dai colleghi parlamentari non solo della parte avversa. E Lo Presti riporta una serie di episodi che dimostrano incontrovertibilmente come l’ingenuità non sia una categoria politica negativa, bensì un motore virtuoso della politica con connotazioni profetiche.

Vorrei fermarmi qui, perché i lettori, che mi auguro in gran parte giovani e giovanissimi, possano gustarne autonomamente il seguito. Buona lettura.

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