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Intervento di Roberto Della Seta Print E-mail
Written by Roberto Della Seta   
domenica, 12 settembre 2004

"Il ruolo della società civile per la promozione dell’interdipendenza positiva"

Giornata dell'Interdipendenza 2004, Roma 

Vorrei dire il senso che noi associazioni che abbiamo organizzato questa seconda giornata dell’Interdipendenza, insieme al Comune di Roma e al prof. Benjamin Barber, assegniamo a questa iniziativa.

In questi tre anni, nei tre anni che ci separano dall’11 settembre 2001, tutto nel mondo sembra essere cambiato, ed è capitato spesso che appuntamenti come la giornata di oggi che nascono per orientarci meglio in questa realtà in rapida trasformazione, si aprissero gravati da un’attualità che non lascia respiro e che quasi impedisce di fermarsi a riflettere.

Così è avvenuto anche per questa seconda giornata dell’Interdipendenza.

È difficile infatti ragionare lucidamente dei problemi terribili che ci circondano, che ci assediano, quando abbiamo ancora negli occhi le immagini dell’olocausto di Beslan, quando sentiamo in questa ore l’angoscia per due nostre amiche e connazionali e per gli altri due nostri amici iracheni sequestrati a Bagdad. Però io credo che noi questo sforzo dobbiamo compierlo. Una prima cosa che mi viene da dire è che eventi come l’11 settembre, o come la tragedia di Beslan hanno segnato per il mondo del dopo 1989 soprattutto per il nostro mondo europeo occidentale una sorta di perdita dell’innocenza. I problemi terribili che abbiamo oggi, questo ce lo dobbiamo dire con grande franchezza e verità, non sono nati dopo l’11 settembre. La povertà, i rischi di collasso ambientale, lo stesso terrorismo globale esistevano da molto prima, ma l’11 settembre credo che rimanga una data chiave perché quel giorno si è dissolta l’illusione sulla fine della storia, sul fatto che la caduta del muro di Berlino segnasse una sorta di inizio di una stagione di automatica stabilità e di benessere scontato per tutta l’umanità. E si è dissolta l’idea, quel giorno, che la globalizzazione bastasse a risolvere i problemi degli uomini e delle donne, a rendere tutti più ricchi e felici.

Ma c’è un primo paradosso credo, ed è che con l’11 settembre è apparsa evidente la necessità che mai era sembrata così urgente di politica e invece la reazione dell’occidente ed in particolare degli Stati Uniti ma non solo all’11 settembre è stata incredibilmente povera di politica. Quale malattia l’11 settembre ha mostrato in tutta la sua drammaticità? Non c’è dubbio: l’unilateralismo, che vuol dire la rimozione, la negazione e in qualche caso la repressione dell’altro e poi di un semplice dato di realtà: i processi di globalizzazione aumentano ogni giorno il tasso di interdipendenza dei destini degli uomini, delle comunità, dei popoli che dividono questo nostro pianeta. L’interdipendenza in effetti non è un ideale e tanto meno un’ideologia: è la nostra, presente e futura, condizione umana.

E, negarla nelle scelte della politica è peggio che un crimine: è un terribile errore, che lascia campo libero alle logiche dell’interdipendenza deteriore, malvagia. Quella della povertà che continua ad incombere sulla vita di miliardi di donne e di uomini e ipoteca, però, anche il nostro futuro di popoli ricchi; quella del terrorismo che colpisce con una ferocia ogni giorno più cieca, sicuro che le conseguenze delle proprie azioni giungeranno ad ogni angolo del mondo; quella di una crisi ecologica che dovunque nasca, poi colpisce tutti.

Allora dobbiamo sgomberare il campo da un primo rischio di errore, che credo venga praticato anche dai critici più severi della globalizzazione: quello di teorizzare che il solo unilateralismo in campo sia quello di Bush, della guerra preventiva. Questo è solo uno dei tanti. Il primo, il più terrificante degli unilateralismi, è il terrorismo e più in generale il fondamentalismo. Ha sue dinamiche autonome dalle altre forme di unilateralismo. Non è, come qualcuno sembra pensare, la risposta sbagliata alle ingiustizie del mondo ma è la proiezione di un’idea dell’uomo, della vita, che nega in radice proprio l’interdipendenza. Per me questa è una banalità; eppure c’è ancora molto strabismo, come dicevo, di tanti critici della globalizzazione. C’è lo strabismo di chi vede il male solo se la sua radice è nell’occidente, meglio ancora negli Stati Uniti, e così per esempio non gli viene naturale mobilitarsi per i massacri compiuti dai russi in Cecenia, così diffida delle proteste, delle mobilitazioni di una parte importante della società civile iraniana, perché le ritiene oggettivamente filo-americane.

Poi ci sono unilateralismi più spiccioli ma altrettanto significativi: quelli di chi non riesce a vedere nei “boat people” che solcano il Mediterraneo, prima che un problema di sicurezza, un’immensa tragedia umana; quella delle nostre città dove cresce il rischio di atomizzazione delle comunità, della vita collettiva. E poi certo c’è l’unilateralismo di quella parte dell’occidente che vorrebbe imporre la sua egemonia, il suo pensiero unico al mondo intero. È la guerra preventiva, è la demonizzazione dell’Islam, è soprattutto il rifiuto di assumere la propria parte di responsabilità per i drammi del mondo, il riconoscimento che il punto di vista occidentale non può essere irriducibile. Ma c’è un unilateralismo occidentale meno vistoso di quello neo-imperiale della dottrina neo-con o di quello rozzo e decisamente incivile delle invettive di Oriana Fallaci; è l’idea resa esplicita qualche anno fa da un presidente americano che non è l’attuale, che il nostro modello di vita di occidentali non è negoziabile. Sarò chiaro. Io mi sento orgoglioso di essere europeo, di essere occidentale. Certo l’occidente che ha prodotto lo sterminio degli indigeni d’america, il colonialismo, il nazismo, lo stalinismo, deve usare prudenza prima di impartire agli altri lezioni di civiltà, ma io sono convinto che in occidente negli ultimi decenni si siano consolidati valori che hanno una portata universale; insomma credo valgano per tutti. C’è chi estremizza il cosiddetto relativismo culturale arrivando per esempio a sostenere che l’infibulazione va rispettata perché nasce da una tradizione culturale o che se in molti paesi islamici viene negata la libertà di culto questo non è affare nostro.

Però oggi esiste un problema immenso di cui l’ambiente è uno dei simboli più efficaci: il nostro modello occidentale di consumi non è universalizzabile, e d’altra parte i nostri livelli di benessere vanno necessariamente universalizzati. Negli ultimi mesi in occidente si è diffuso l’allarme per il continuo aumento del prezzo del petrolio. Ecco: questo è uno dei terreni prioritari su cui costruire un’interdipendenza benevola, virtuosa. Noi occidentali consumiamo troppo petrolio, e questo è un problema per l’intera umanità. Se il Sud del mondo nel suo cammino di sviluppo adottasse il nostro stesso modello energetico, ciò significherebbe rendere terribilmente vicino il pericolo di un collasso climatico planetario. Del resto, l’inflazione petrolifera di questi mesi non nasce soltanto dalla crisi geopolitica del dopo 11 settembre. È un fenomeno molto più strutturale legato al fatto che enormi Paesi come l’India e la Cina, il cui sviluppo marcia a livelli rapidissimi, fanno crescere la domanda di greggio. Allora ridurre i nostri consumi di petrolio e puntare sulle energie pulite serve a noi – perché ci mette al riparo dalle dinamiche del mercato petrolifero, perché il petrolio presto o tardi finirà, perché dobbiamo importarne la gran parte – e serve ai poveri del mondo, perché rende possibile e sostenibile il loro sviluppo.

Io credo che questo sia un obiettivo squisitamente da interdipendenza virtuosa.

Questa giornata si svolge nel cuore dell’Europa e in questa visione l’Europa ha un ruolo decisivo per costruire una politica dell’interdipendenza, ma per essere davvero utile a se stessa e al mondo, l’Europa deve superare le proprie contraddizioni.

Spesso in Europa ci si compiace della differenza tra la nostra visione strategica e quella attualmente egemone negli Stati Uniti: noi multilaterali contro gli Stati Uniti unilaterali, noi attenti ai grandi problemi dell’umanità contro gli Stati Uniti rinchiusi nei loro egoismi.

Questa percezione è vera solo in parte. Certo molti paesi europei hanno rifiutato la via della guerra preventiva, l’Europa ha ratificato il protocollo di Kyoto malgrado il no americano, ma nei concreti comportamenti dell’Europa c’è ancora troppa ambiguità. Per esempio, noi restiamo ancora lontanissimi quello 0,7% del Pil destinato a sostenere lo sviluppo dei Paesi poveri che pure a parole abbiamo accettato. È solo un esempio ma ce ne sarebbero tanti altri. È ora che l’Europa smetta di predicare bene e razzolare male e cominci a parlare con atti e politiche concrete a quella grande parte di America che rifiuta l’unilateralismo di Bush.

Come si costruisce sul campo una concreta politica dell’Interdipendenza?

Non vorrei peccare di materialismo, ma io credo che si costruisca innanzi tutto convincendo le opinioni pubbliche e le classi dirigenti che l’unilateralismo non è solo immorale, è soprattutto miope in termini di interessi. Penso che si costruisca dimostrando, come cerca di fare tra gli altri Benjamin Barber, che la guerra unilaterale all’Iraq non fa che fortificare il terrorismo e che se la povertà non si sconfigge ci cadrà addosso.

Su questo cammino, la società civile può svolgere un ruolo decisivo, e in larga parte già lo svolge. Le associazioni che hanno promosso questa giornata sono impegnate da anni nello sforzo per praticare l’interdipendenza: senza rinunciare alle loro identità e differenze, ma consapevoli che il dialogo, la contaminazione tra esperienze, appartenenze, sensibilità è oggi una necessità storica assoluta. Con questo spirito lavoriamo in Italia e in tante parti del mondo, accanto a tante altre realtà associative. Simona Pari e Simona Torretta sono diventate, loro malgrado, l’incarnazione di questa scelta, e noi dedichiamo a loro questa giornata nella speranza che il prima possibile smettano di essere un simbolo e tornino testimoni e protagoniste generose, sul campo, di una politica dell’interdipendenza.

Intervento di Roberto Della Seta, Presidente nazionale Legambiente

(trascrizione della registrazione)

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