| Intervento di Andrea Riccardi |
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| domenica, 12 settembre 2004 | ||||
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Giornata dell'Interdipendenza 2004, Roma Celebrare queste giornate dell’Interdipendenza qui a Roma è immergersi direttamente nei problemi che ci toccano e ci angosciano. Roma, al centro del Mediterraneo, mare europeo ma anche musulmano e, non lo si dimentichi, ebraico. Luogo di conflitti secolari, oggi teatro del possibile cosiddetto scontro di civiltà. Ma anche mare, questo Mediterraneo, testimone muto di un dramma, immigrazione massiccia, soprattutto dall’Africa, emigrazione che non è emigrazione ma abbandono di paesi al collasso che una politica di frontiera non fermerà. Due processi centrali, in questo nostro tempo difficile, tra i tanti. L’emigrazione africana, lo scontro euro-musulmano. Un tempo che appare difficile, e mi preme dirlo, forse ancora più tragico perché si vede tutto e si sa tutto in tempo reale. Eppure qui a Roma possiamo constatare le importanti risorse umane, culturali, religiose e politiche. Non solo quelle di una storia antica in cui il diritto era una parola seria, quelle di una democrazia recente che parla del valore della libertà, quelle dell’universalismo cattolico che in nome della comunione riunisce popoli diversi al di là di ogni civiltà. Risorse, e ce ne sono tante, decisive per costruire quella cultura della globalizzazione che manca in un mondo dove invece c’è un’economia globalizzata. Manca questa cultura e lo si vede attraverso espressioni drammatiche per cui l’uomo non vale più per quello che è, per cui non si guarda in faccia all’uomo con il suo volto, ma l’uomo è ascritto forzatamente a categorie: è cristiano o musulmano, è italiano o americano, o, come accade quando vengono barbaramente sgozzati i nepalesi in Iraq, si risponde in Nepal assaltando la moschea perché è colpa dei musulmani. C’è bisogno di comprendere in modo nuovo il presente. La gente è disorientata, spaesata. Apprezzo molto quindi l’odierna iniziativa sull’interdipendenza e vorrei, come diceva il nostro presidente, portare la simpatia il sostegno dell’incontro interreligioso che si è tenuto nei giorni scorsi a Milano, che anch’esso, in maniera diversa, ha concluso nello stesso senso.
Alla fine di un dotto libro Alain Touraine conclude: “O vivremo insieme o moriremo insieme”. È realista! Un esempio: un piccolo numero di uomini può destabilizzare il mondo con le armi a disposizione, con internet, con la facilità a spostarsi nel globo. Questa è la storia del terrorismo, il voto tragico del vuoto impazzito del nostro tempo. Sono 15 anni che a partire dall’osservazione dello scacchiere africano ripetiamo: tutti possono destabilizzare interi paesi e fare la guerra perché paradossalmente come diceva prima De Benedetti in un mondo globalizzato gli uomini tornano a contare, pochi possono destabilizzare molti, ma se questo è vero, è anche vero che pochi possono lavorare per costruire una coscienza rinnovata, per costruire la pace. Questa è la nostra speranza, anche di questo incontro, perché dopo il conclamato fallimento dell’uso della forza si vede come in questo mondo contemporaneo c’è bisogno di idee, di valori, di dialogo.
Siamo particolarmente radicati in Africa, testimoni del dramma di un mondo che non ha rilievo sul mercato e non trova speranza per il futuro. È ingiusto dimenticare l’Africa ma è anche folle per l’Europa e l’occidente che si ritrova alle sue frontiere un modo di disperati. Annalena Tonelli una grande nostra compatriota restata tra gli ammalati in una Somalia terra della guerra e uccisa lì, così descriveva l’impazzimento dei giovani senza futuro. Diceva: “il nostro popolo è sconfitto di fronte alle migliaia di giovani armati, assetati di vendetta, di sangue, di rapina, che cercano denaro per scorrazzare follemente per Mogadiscio con le Land Cruiser rubate, esaltati nel sentirsi “rambo”
Un modo che si affaccia, un mondo di giovani, senza futuro e senza domani. Chi parlerà a loro? Qui il ruolo dei movimenti nella società e per costruire il mondo di domani. Ma c’è anche bisogno di investimento di risorse in Africa, mentre invece le politiche di cooperazione si vanno rattrappendo. È una follia per l’Europa e una condanna per l’Africa. Lo diciamo da anni: Per la nostra parte del mondo il futuro è anche Eurafrica, ma a Roma lo abbiamo detto con una grande manifestazione il 17 aprile scorso con 200mila persone. La solidarietà per l’Africa non è una predica moralista o un pensiero per specialisti ma deve diventare un sentimento popolare di una politica che invece tra le grida ha perso i sentimenti. Per questo ritengo che ripetere ogni anno, o l’anno prossimo, una manifestazione per l’Africa, come è stato in aprile, a Roma o in altre città d’Europa, sia un segnale decisivo di una politica che ritrova i sentimenti e gli orientamenti nello spaesamento di questi mesi.
Da qui il programma “Dream” e tante altre iniziative. Pochi mesi fa ho fatto un lungo giro in Africa e mi ha colpito una donna ora attivista del programma “Dream”, in cura per il suo Aids, che ad un certo punto si è alzata e ha detto: “Per me questa è stata una esperienza di resurrezione perché io con mio figlio eravamo nella tomba e aspettavamo solo che fosse chiusa!” Ma la resurrezione si deve comunicare. Sono parole da sentire, sono volti da guardare, perché riaccendono alla speranza. Concludo: bisogna creare a livello locale, nelle nostre città, a livello globale, una nuova civiltà che non è l’affermazione dell’uno sull’altro, ma è la civiltà del convivere. Questa civiltà del convivere è il frutto dell’assimilazione della lezione del ‘900: la guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato, lascia un’eredità avvelenata alle generazioni che seguono. La civiltà del convivere è frutto dell’incontro e della coabitazione tra diverse identità etniche, nazionali e religiose, perché le religioni hanno un gran ruolo nel presente nella costruzione della convivenza di domani e non possiamo abbandonare milioni e miliardi di credenti all’etichetta che viene appiccicata di integralisti, di fanatici, di retaggi del medioevo. Perché in tutte le religioni, se queste sanno maturare la loro espressione profonda, in tutte le religioni è scritta la regola antica di non uccidere e il messaggio di pace. Civiltà del convivere nella libertà è quanto gli Stati Uniti ci hanno insegnato mentre noi europei ci ammazzavamo a vicenda per la supremazia di una nazione sull’altra. Civiltà del convivere che è il grande progetto dell’Unione Europea, in cui una grande unione si costruisce senza una nazione egemonica, unione di tante minoranze che hanno bisogno degli altri. E forse civiltà del convivere sarà anche il sogno dell’unione africana, civiltà del convivere che è nei cromosomi di antiche civiltà come quella musulmana, perché quando nell’Europa medievale non c’era spazio per l’altro, Ebrei e Cristiani vivevano nel mondo musulmano e nel quadro dello stato musulmano. Civiltà del convivere che ha marcato attraverso l’umiliazione la storia dell’Ebraismo. Potrei continuare… Ma alla fine voglio dire che questa civiltà del convivere non è un utopia di sognatori, non è il prodotto di un laboratorio di intellettuali ma è dentro le storie ed è nelle profonde aspirazioni dei grandi mondi di oggi. La civiltà del convivere è la via attraverso cui la globalizzazione diventa umana, diventa una chance, ma c’è bisogno di una nuova cultura e di iniziative, e ci comporta che in questo tempo tanti pensando, agendo, connettendosi, possono essere soggetti della costruzione di un futuro interdipendente.
Andrea Riccardi, Fondatore Comunità di S.Egidio Only registered users can write comments. Add as favourites (76)
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