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Opinioni

di Pasquale Ferrara

Il difficile percorso della Gran Bretagna verso l'uscita dall'Unione europea

I dimostranti protestano contro la Brexit. Rui Vieira/AP

Il percorso della Gran Bretagna verso l’uscita dall’Unione europea si è fatto accidentato. Resta da concludere la discussione interna tra Londra e Bruxelles, sui contenuti finali del “trattato di ritiro”, complicato quasi come un “trattato di adesione”. A parte le questioni politiche, ne emerge una in particolare, forse non adeguatamente valutata a Londra: l’obbligo di continuare a versare all’Unione una somma stimata tra i 45 e i 60 miliardi di euro, per far fronte a tutti gli impegni assunti (bilancio dell’Unione, pendenze verso Paesi terzi). C’è poi la questione del trattamento dei cittadini dell’Unione europea (3,8 milioni) presenti in Gran Bretagna, che dovrebbe rimanere sostanzialmente inalterato, anche se rimane da precisare cosa si intenda per “residenza”, specie a ridosso della fine del periodo transitorio (fino al 2020). 

C’è inoltre indeterminazione sulla natura del nuovo rapporto tra Gran Bretagna e Unione europea: Londra vorrebbe la conclusione di un semplice accordo di libero scambio, mentre per Bruxelles le 4 libertà del mercato unico (libera circolazione dei capitali, delle merci, dei servizi e delle persone) sono indivisibili. Resta da chiarire pure il nodo della “frontiera” tra Irlanda del Nord (Gran Bretagna) e lrlanda (Paese membro dell’Ue), che in base agli accordi di pace del venerdì santo (10 aprile 1998) non dovrebbe mai diventare un confine “fisico”. 

Un fronte interno si è aperto nello stesso partito conservatore della premier Theresa May, che in soldoni segnala la linea divisoria tra l’uscita “soffice” e quella “dura”: dire addio all’Unione con un abbraccio o sbattendo la porta? La fronda interna ha avuto una manifestazione clamorosa con le dimissioni del ministro degli Esteri Boris Johnson, favorevole da sempre a una formula di separazione netta, tanto da accusare la premier – più possibilista – di voler trasformare la Gran Bretagna in una “colonia” dell’Ue. Crescono inoltre le pressioni da parte del Partito laburista e di una parte dell’opinione pubblica per l’indizione di un nuovo referendum per confermare la volontà degli inglesi di abbandonare l’Unione: opzione che però non sembra politicamente praticabile in questa fase. 

La Brexit, infine, si inserisce anche nelle polemiche interne ai Paesi Ue sui benefici o sugli svantaggi dell’appartenenza all’Unione. Da quello che si vede, uscire dall’Unione non rende un Paese più coeso e più unito; ed è molto dubbio che il mito della Global Britain si tramuti in realtà.

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Fonte: www.cittanuova.it

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