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Romano Prodi

Noi europei, afferma il professore bolognese, siamo chiamati a svolgere un ruolo ora, nella storia che si svolge. Abbiamo ricevuto una eredità che non possiamo ignorare: l’Unione europea è un mito necessario per il futuro delle nuove generazioni.
 

(Pubblichiamo la seconda ed ultima parte del contributo scritto da Romano Prodi per Città Nuova. Per leggere la prima parte, “Europa: un mito necessario”, clicca qui)

La paura è stata la colpa più grande dell’Europa: paura delle migrazioni, della crisi, dell’ignoto. Una paura che ogni singolo Stato ha potuto far valere da quando il potere in Europa è passato dalla Commissione, che è l’organo sovranazionale, al Consiglio, dove sono i singoli Paesi a contare e dove, fatalmente, i paesi più forti vincono. Così la Germania impaurita dalle imminenti elezioni in uno dei suo land ha impedito un piano di aiuto tempestivo per la Grecia, così la paura del deficit ha impedito di affrontare la crisi che arrivava dagli Stati Uniti e che richiedeva subito, come fece Obama, un’immissione corposa di liquidità, così abbiamo alzato muri e chiuso i porti anziché sederci attorno ad un tavolo per affrontare insieme la questione della migrazione.

Oggi nessuno afferma che bisogna uscire dall’Europa, complice anche il disastro che la Brexit ha provocato in Gran Bretagna, ma i cosiddetti partiti populisti dicono che questa Europa sacrifica il sovranismo delle nazioni e va cambiata in difesa di un superiore interesse nazionale. Mentre invece siamo arrivati a questa Europa, che non piace, proprio perché si è perso il significato più profondo della nostra Unione che non era, e non può essere, il luogo dove vince lo stato più forte. Se così fosse l’Italia sarebbe perduta, con il suo deficit così alto e la sua crescita così bassa.

Anti-Brexit supporters protest opposite the Houses of Parliament in London, Monday, March 18, 2019. British Prime Minister Theresa May was making a last-minute push Monday to win support for her European Union divorce deal, warning opponents that failure to approve it would mean a long — and possibly indefinite — delay to Brexit. Parliament has rejected the agreement twice, but May aims to try a third time this week if she can persuade enough lawmakers to change their minds. (AP Photo/Matt Dunham)

L’Europa ha commesso molti errori e io stesso non li ho mai negati. Ma abbiamo oggi davanti due possibilità: cercare di rimetterci sul cammino tracciato dai padri fondatori e tornare a fare politiche comuni o arretrare ancora nel processo di completamento dell’Europa. Come pensiamo infatti di poter affrontare le sfide di una globalizzazione sempre più stringente se non torniamo ad esprimerci come una realtà unita e forte?

È vero che non siamo una super potenza e non può essere questo il nostro obiettivo, ma siamo ancora i primi nella produzione industriale e i primi nell’export. Come pensiamo di affrontare il confronto con le super potenze, Cina e Usase ci frammenteremo in una inutile e dannosa guerra per la supremazia dei singoli stati, per gli interessi di parte, e per di più in uno spazio comune? Quale Paese da solo, per quanto forte esso sia, potrà reggere l’urto cinese? Pensiamo al tema della difesa dell’ambiente, dell’occupazione giovanile, delle risorse energetiche, dell’equità fiscale, della difesa del nostro sistema di welfare che nessuna potenza al mondo ha saputo eguagliare. Come potremo progredire se non uniti?

È legittimo che ogni nazione voglia salvaguardare la propria sovranità, è giusto che i giovani crescano con un radicato senso di appartenenza al proprio Paese, ma come pensiamo di tutelare da soli tutto il nostro patrimonio, tutto che ciò che siamo, se saremo soli davanti ad una potenza come la Cina? Ci sono nel mondo 23 cinesi per ogni italiano, ma sono 3 i cinesi per ogni europeo: non basta per capire che solo uniti possiamo farcela ad avere una voce nel mondo?La nostra sovranità dove andrebbe a finire al confronto di questi numeri? E chi meglio potrà preservare la nostra identità se non l’Europa, per secoli teatro della nostra storia.

Ecco perché ho sostenuto che queste prossime elezioni sono dirimenti e ho chiesto che dalle finestre e dai balconi delle case degli europeisti italiani, di destra e di sinistra, fosse esposta la bandiera europea. A maggio dobbiamo decidere a quale Europa consegnare il futuro dei nostri figli. Ad una Europa memore della sua storia, delle sue origini, consapevole dei suoi errori ma capace di rimettersi in piedi unita e forte, o ad un’Europa che fatalmente si disgregherà e resterà, questa volta davvero, l’Europa delle banche e degli interessi finanziari?

L’Europa non è compiuta, ho tante volte detto che è come un pane cotto a metà che non attira simpatia, ma siamo dinnanzi a un processo così lungo e complesso perché avviene in un tempo di pace. Solo la guerra infatti risolve in fretta le questioni ma il suo prezzo è altissimo, inaffrontabile per i nostri figli e inimmaginabile per chi sa cosa è stato crescere nella guerra. La guerra lascia dietro di sé solo odio, e con l’odio non si costruisce nulla. Solo i processi democratici sono la risposta, seppur lenti e complessi, al desiderio di autoritarismo che circola per il mondo. Noi europei per primi sappiamo che quella è una strada che conduce alla tragedia e siamo chiamati a svolgere un ruolo ora, nella storia che si svolge. Abbiamo ricevuto una eredità che non possiamo ignorare: l’Europa unita è un mito necessario per il futuro delle nuove generazioni.

FONTE: CITTÀ NUOVA

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