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Opinioni

di Giuseppe Davicino

La questione decisisiva non è chi vince le europee in Italia, ma se gli Stati dell’Eurozona riusciranno a focalizzare il processo di integrazione, che è compromesso in funzione di un bene comune. L'opinione di un nostro collaboratore
 

Nel marasma delle 28 campagne elettorali nazionali, ognuna dominata da proprie contese interne, si fatica a scorgere una discussione comune intorno al futuro del processo di integrazione europea, nonostante gli sforzi compiuti in tal senso dalle istituzioni comunitarie e da numerose organizzazioni della società civile. Ciò a causa della grande diversità di vedute, di attese e di progetti che i singoli Stati manifestano nel confronti dell’Unione europea. Si va da chi è in procinto di uscirne, ma senza essere fino in fondo certo, come il Regno Unito, a chi in qualche modo sembra privilegiare la massimizzazione dei benefici dell’adesione all’Uenell’immediato piuttosto che in prospettiva, come i Paesi dell’Est. Vi è anche chi propone una cooperazione rafforzata, come hanno ribadito Germania e Francia nel recente trattato di Acquisgrana, ma senza conquistare l’entusiasmo dei rispettivi popoli.

Pur in mancanza di grandi spinte ideali ci sono però due dati di fatto, che si tende a trascurare, ma che rivelano che così com’è l’Ue non è già cosa da poco e in qualche modo assomiglia all’aria che si respira, non se ne fa mai caso tranne che se venisse a mancare. Il primo dato di fatto è il mercato unico europeo che ha creato uno spazio capace di reggere il confronto con le altre grandi aree economiche a livello planetario. Al quale pure si possono rivolgere tante critiche, come l’eccesso di mercantilismo, la deregolamentazione estrema nella circolazione dei capitali, una troppo rigida applicazione della concorrenza, che favorisce la guerra tra poveri nel mondo del lavoro e nel contempo impedisce la formazione di giganti economici a livello continentale in grado di reggere il confronto con quelli americani o cinesi. E soprattutto un deficit di democrazia nei trattati e nelle direttive che regolano questo mercato che sfida i parlamenti e gli ordinamenti giuridici nazionali.
L’altro dato di fatto è che l’Ue, così com’è, proprio in virtù delle dimensioni raggiunte dal mercato unico europeo – a cui partecipano anche Paesi extra Ue come  Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein – pur essendo un nano politico e militare, ha nel bene e nel male delle responsabilità sull’economia e sui nuovi equilibri globali a cui non può sottrarsi.
 
E qui si pone in tutta la sua ampiezza il tema della moneta unica, o meglio delle politiche monetarie dell’Eurozona, le quali caratterizzano il dibattito elettorale nei Paesi dell’Euro e costituiscono una variabile importante sia per gli altri Paesi Ue ma non nell’Euro, sia per il resto del mondo. L’azzardo di aver dato vita a una moneta senza Stato, di non aver accompagnato la nascita dell’Euro da istituzioni federali europee, è stato seguito negli anni dal prevalere della visione dello stato egemone sul piano economico, la Germania. Ciò di fatto ha comportato l’adesione di tutta la zona Euro, che non è un’area monetaria ottimale, ai capisaldi della politica monetaria tedesca, determinando nuovi e più grandi squilibri, anziché colmarli. In tal modo l’Euro, concepito come strumento per imprimere un’accelerazione all’integrazione europea, ha finito per aumentare la divergenza economica e sociale fra gli Stati e fra le classi sociali, concentrando la ricchezza negli stati e nei ceti più ricchi e rendendo gli stati periferici e la classe media più poveri.
 
«La compressione dei salari, la disoccupazione e il precariato, a cui si è aggiunta una dinamica depressiva nel ciclo degli investimenti pubblici, hanno messo ai margini una parte sempre più ampia dei cittadini». Anche uno degli artefici dell’adesione dell’Italia all’Eurozona, Romano Prodi, ha dovuto riconoscere (il Messaggero 21 aprile u.s.) fenomeni che in gran parte hanno la loro radice in una politica monetaria austeritaria e deflattiva, che si è rivelata inadatta alle esigenze dell’economia italiana e, in generale, a quelle degli Stati mediterranei.
 
Come se ne esce? La campagna elettorale in corso nel nostro Paese semplifica, usando un eufemismo, la portata del problema e manco dibatte l’unico concreto contributo al cambiamento che il nostro Paese può dare: ovvero discutere sui criteri e sugli obiettivi della nostra prossima legge di bilancio che dovrà essere varata in autunno. Perché il punto non è chi vince le europee in Italia, ma se gli stati dell’Eurozona riusciranno a riscoprire le ragioni della politica, che è compromesso in funzione di un bene comune, in luogo dei tecnicismi, dei parametri che altro non sono se non la maschera sotto cui si celano le ragioni della geopolitica tedesca, che, fatti i doverosi distinguo, segue orientamenti costanti dall’epoca prussiana ad oggi.
Qualcuno potrebbe asserire che in fondo una potenza unificatrice, che la si chiami Germania o asse franco-tedesco, potrebbe contribuire a far avanzare l’integrazione europea. Ma affermare che l’unica Europa possibile sia l’Europa tedesca, austeritaria, ordoliberista, significa assumersi dei rischi incalcolabili che attengono alla tenuta sociale, economica e istituzionale della stessa Ue come dei Paesi membri. Basti pensare alla montante protesta sociale della classe media impoverita, espressa dai gilet gialli in Francia o allo smottamento elettorale avvenuto lo scorso anno in Italia in conseguenza del progressivo deterioramento della condizione economica e sociale di un Paese che da trent’anni spende in investimenti e servizi meno di quanto incassa con le tasse. La via non può che essere la riscoperta della politica a livello europeo attraverso cui superare quel monetarismo che ha sin qui imperversato e che non mostra ragione alcuna, né umana né economica.
Come sostengono autorevolissimi economisti, fra cui uno degli architetti dell’Euro, Paul De Grauwe, la Bce dispone di tutti gli strumenti necessari per avviare politiche espansive per l’economia reale (ambiente ma anche lavoro, welfare), dopo averlo fatto dal 2015 in favore del solo settore creditizio, senza incappare nel rischio dell’aumento dell’inflazione. Se riuscirà ad imprimere una svolta di questo tipo alle proprie politiche economiche e monetarie, l’Unione Europea darà una grossa mano a stemperare le tensioni sociali e politiche presenti in tanti Stati membri, a rafforzare se stessa dal rischio, tutt’altro che remoto, di implosione e offrirà un grande contributo a livello globale in direzione del passaggio da un ciclo economico deflattivo, giunto ormai al capolinea e all’avvio di una nuova fase economica espansiva nella quale il denaro torni a servire  la persona umana e la democrazia anziché comandare.
FONTE: CITTÀ NUOVA

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