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FONTE: CITTÀ NUOVA
 
Dal Cile, alla Bolivia, alla Colombia, passando da Messico, Perù e Venezuela… Le piazze stanno assumendo spesso dimensioni esplosive. È mai possibile una visione d’insieme?
 
Ma cosa succede in America Latina? Dopo la crisi scoppiata in Cile e la drammatica situazione che mantiene la Bolivia col cuore in gola, ora il conflitto sociale e politico fa la sua apparizione anche in Colombia. Ma non si può stare tanto tranquilli nemmeno in Ecuador, mentre il Venezuela continua a essere una grande pentola a pressione. Ed è meglio non perdere d’occhio il Perù. No, non è un nuovo Sessantotto, ma certo sono entrati ormai in crisi varie dimensioni della vita sociale.

È possibile tracciare un quadro generale di questo concerto variegato di realtà? No, almeno non nel senso di schematizzare in modo omogeneo situazioni che non lo sono. Ma, forse – sottolineando questa congiunzione –, possiamo indicarne alcuni elementi.

La crisi della democrazia è uno di questi. Si avverte che sono in uso nel secolo XXI strumenti pensati nel secolo XX, magari con influenze ancora più vecchie. Classi politiche spesso lontane dal quotidiano delle persone, élite arroccate su posizioni di privilegio, cupole all’interno delle quali magari si ripetono i cognomi, e spesso avvolte da una corruzione endemica. Una rappresentatività che zoppica e che ormai mostra il suo limite se concepita solo come un voto ogni quattro o cinque anni ed erosa dall’abitudine inveterata di cambiare discorso una volta ottenuto il potere. Una società che nel giro di poche ore è al corrente di tutto e che può convocare un milione di persone in piazza senza stampare un solo volantino, come è successo settimane fa a Santiago, e dirigenti politici che in più di un mese non hanno trovato una risposta che possa calmare gli animi dei cileni.

Appare poi chiaro che i progetti politici disposti a trasformarsi in egemonici entrano in crisi. In Venezuela, Nicaragua, in Bolivia e quattro anni fa in Argentina e in Brasile, si è commesso l’errore di credere che non solo si era ottenuto il potere, ma che ciò sarebbe durato per sempre. Ma, per definizione, la parte (partito) del tutto non esiste e presto o tardi si preferisce l’alternanza. In vari di questi Paesi (Venezuela, Bolivia) in modo più o meno legale le minoranze dissidenti sono emerse cogliendo l’occasione che ha offerto il logorio del potere o i suoi errori. In Cile la peculiarità è stata un’altra: la minoranza di destra ha voluto assicurarsi la sua egemonia economica con un sistema difficile da modificare, ma fortemente produttore di disuguaglianze. Oggi, la stessa destra, al potere, è in seria difficoltà anche nel semplice accettare che il proprio modello economico sia imperfetto. È la vecchia questione del partito vincitore al quale viene affidato il governo di tutti.

Esiste poi una forte esigenza di “sociale” che ci metta a riparo dalle facili ideologizzazioni “politiche”. Salute, istruzione, promozione sociale, partecipazione della donna, pari opportunità sono temi in agenda ma che hanno bisogno di deideologizzarsi e di entrare in dialogo più che altro con la società civile e non solo con i partiti. Spesso, questa dimensione della realtà sociale viene saltata a pie pari e si passa direttamente ai partiti. In taluni casi, il ruolo della società civile è direttamente combattuto, basta vedere le stragi di suoi attivisti in Colombia, Messico e Brasile.

Una questione di fondo è poi quella della giustizia sociale. In un documento del 2007 della Cepal (la Commissione economica dell’Onu per la regione) si segnalava che il maggior deficit dell’America Latina è la coesione sociale. Non è la regione più povera quanto la più disuguale. La disuguaglianza erode la coesione, atomizza e col tempo provoca vere carestie di beni comuni. Le ricette applicate non hanno funzionato, perché non sostenibili. Non ha funzionato la redistribuzione statalista, spesso finita in sussidi improduttivi, che in concomitanza della favorevole congiuntura economica ha migliorato il reddito, ma ha zavorrato pesantemente l’economia. Inoltre, tale impostazione a favore dell’uguaglianza spesso ha mortificato la dimensione delle libertà (vedi Cuba, Venezuela, Nicaragua). Ma nemmeno appare sostenibile il neoliberismo che produce ricchezza ma la concentra in poche mani. L’economia cresce, ma solo a beneficio di pochi. Inoltre, comprime il principio di uguaglianza reale a beneficio delle libertà individuali. In Colombia e Cile questo schema ha ormai stancato la popolazione. In nessuno dei casi si coglie l’importanza dell’imprenditoria privata spinta da un autentico senso di responsabilità sociale, capace di attivare circoli virtuosi tra Stato, mercato e società civile.

La sfida è dunque enorme. Il rischio della polarizzazione è quello di convincersi che l’avversario politico rappresenti il male assoluto e che la verità sia tutta da un solo lato, il proprio. Nel frattempo, per attivare un vero sviluppo è necessario combinare simultaneamente la crescita economica con la dimensione socio-relazionale, quella spirituale e la cura del creato. Il rischio di non sradicare le cause delle disuguaglianze è di trasformare le storture sociali in eventi naturali: fanno parte del panorama le montagne, il mare, i laghi… i poveri.

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