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L’influenza della cultura britannica durante i 47 anni di permanenza nell’Ue. Il pragmatismo apprezzato da Jean Monnet. La speranza di una nuova cooperazione dopo la Brexit.

BREXIT NEW

L’adesione del Regno Unito alle tre comunità europee, fondate negli anni ’50 del secolo scorso da sei stati dell’Europea continentale – e divenute in seguito l’attuale Unione europea (Ue) –, era il sogno di Jean Monnet, l’ideatore del processo di integrazione europea.

Monnet aveva ben conosciuto i britannici, avendo lavorato con loro e per loro durante le due guerre mondiali, e ne apprezzava il pragmatismo, che riteneva un ingrediente essenziale della costruzione europea.

È nel 1973 che il Regno Unito è diventato membro dell’unione sovranazionale di popoli e di Stati ideata da Monnet. Il concetto di “unione sovranazionale”, un’entità astratta, composta sì da Stati, ma che è da loro autonoma e a loro sovrapposta, era ed è estraneo alla cultura giuridica e politica britannica, per la quale contano, da un lato, lo Stato, con i suoi legittimi interessi e, dall’altro, i rapporti tra Stati sovrani, sia all’interno sia all’esterno dell’Ue.

Dei tre termini dell’equazione: “unione”, “popoli” e “Stati”, i britannici hanno messo l’accento, durante i 47anni di permanenza in seno all’Ue, sugli ultimi due elementi.

Quanto ai “popoli”, è soprattutto grazie ai britannici, alla loro radicata tradizione parlamentare, che è emersa la coscienza del “deficit democratico” dell’Ue e della necessità di un maggiore coinvolgimento dei suoi cittadini nei processi decisionali. Problema che ha cominciato ad essere affrontato a partire dal trattato di Maastricht (1992), con la cittadinanza europea (che prevede, tra l’altro, che i cittadini europei possano eleggere deputati europei nello Stato membro in cui risiedono), il progressivo rafforzamento del ruolo legislativo del Parlamento europeo, fino a diventare pieno titolo co-legislatore insieme al Consiglio dei ministri e, da ultimo, l’introduzione del diritto d’iniziativa dei cittadini europei con il trattato di Lisbona (2007).

Riguardo all’elemento “Stati”, il Regno Unito ha dato prova di una capacità unica nel difendere i suoi interessi all’interno delle istituzioni Ue: dal famoso “I want my money back!” (rivoglio i miei soldi) di Margareth Thatcher nel 1979, che ha dato origine allo “sconto britannico” nei contributi al bilancio comune, poi accordato anche ad altri Stati c.d. “contributori netti”, con buona pace della solidarietà. Agli opt-out (il diritto di non partecipare a una politica comune) ottenuti su moneta unica, spazio Schengen e diritti fondamentali. Fino alle concessioni negoziate con i 27 partner dal premier Cameron, nel 2006, e poi sottoposte al referendum che ha dato origine alla Brexit.

Sul piano politico, nella tensione permanente che vive l’Ue tra l’“economia sociale di mercato”, in cui la giustizia sociale gioca un ruolo di primo piano, e il modello liberista, sensibile soprattutto al libero mercato, i britannici, molto attenti ad evitare che i regolamenti europei creino oneri e costi per le imprese. La loro apertura agli accordi di libero scambio con praticamente tutte le aree del mondo sviluppato ed ad allargamenti dell’Ue anche a Paesi (vedi la Turchia) con storia e sensibilità poco omogenee rispetto agli attuali membri, ma che permetterebbero un ampliamento del mercato interno benefico al commercio, hanno contributo in modo importante alla componente liberista dell’Ue attuale.

All’interno delle istituzioni Ue, i britannici hanno raramente ricoperto ruoli di primo piano: Lord Plumb presidente del Parlamento europeo dall’87 all’89, Roy Jenkins presidente della Commissione dal ’77 all’81. Molto influenti, tuttavia, sono stati gli alti funzionari britannici che il Cabinet office (ufficio del primo ministro) ha nel corso degli anni saputo collocare, con rara maestria, nei posti chiave delle istituzioni europee. Alcuni di loro sono stati dei vieri pionieri dell’integrazione europea, avendo colto che il modo migliore di difendere gli interessi del proprio Stato di origine, in un mondo globalizzato, era di rendere più coeso e forte l’insieme continentale cui questo Stato appartiene, in modo che possa dialogare da pari con i giganti globali, pubblici e privati.

Tra le migliaia di cittadini britannici che hanno animato, dall’interno, le istituzioni Ue (oggi circa 1.000 lavorano per la sola Commissione) è bene ricordare Graham Meadows che, quando era direttore generale del dipartimento delle politiche regionali alla Commissione europea, ha lanciato un’inchiesta per sapere se il personale della direzione generale considerava il top management (direttore generale e direttori) dei modelli etici. Il 70% ha risposto di sì. Mentre i direttori si fregavano le mani per la buona notizia, Meadows li ha convocati: «Ma come, quasi un terzo dei nostri colleghi non hanno idea di dove noi manager ci troviamo sul piano etico!». E ha mandato tutti i manager a formarsi per arrivare al 100%, che era per lui l’unico risultato accettabile.

Lo stesso livello di integrità Meadows lo ha applicato nel promuovere e rendere efficaci la politica di coesione regionale e la politica agricola comune dell’Ue, due politiche che riteneva, a giusto titolo, essenziali per temperare gli effetti del mercato aperto, sia in seno all’Ue (il “mercato interno”), sia sul piano internazionale, a favore delle fasce più vulnerabili della popolazione.

Alla fine, il pragmatismo britannico caro a Jean Monnet ha spinto il Regno Unito verso lidi più consoni alla sua sensibilità: difendere i propri interessi non rimanendo ancorati ad un insieme continentale, che non ha mai veramente fatto parte della propria storia (ancora oggi non è inusuale per un inglese dire “andare in Europa” quando si accinge ad attraversare la Manica, come se l’Europa continentale fosse un’entità altra da sé), ma da soli, in mare aperto.

Orientati, se mai, più verso gli Stati Uniti, che erano, già secondo Winston Churchill, il “secondo cerchio”, dopo l’impero, e prima dell’Europa.

Auguri, fratelli britannici. Possiate vincere la scommessa che avete fatto con la Brexit, essere prosperi e felici. Possiamo noi continuare a lavorare insieme, anche se non facciamo più parte dello stesso progetto, da partner leali, nel nuovo quadro di cooperazione che definiremo insieme entro dicembre 2020.

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