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Inerzia sulla legge elettorale

urnevotoVisione miope dei partiti che attendono il voto delle amministrative. Necessaria la pressione sui parlamentari della società civile.

Articolo pubblicato su Città Nuova n. 9 - 10 maggio 2012

"A che punto siamo con la legge elettorale? Non se ne parla più tanto e non è un buon segno: cerchiamo quindi di non perdere il filo. A fine marzo un comunicato firmato congiuntamente dai tre principali leader di maggioranza, oramai noti come Abc (Alfano, Bersani e Casini), dichiarava che era stato trovato un accordo sulla legge elettorale e che da lì a breve sarebbero iniziati i lavori alla Camera. Ma l’annuncio, una volta dato, si è disperso nell’etere, nessun testo è stato presentato al Paese o alle Camere e i resoconti parlamentari non registrano, come ci si aspetterebbe, lavori in corso.

Dinanzi a questo silenzio assordante, se si chiede conto a un parlamentare, ci si sente rispondere candidamente: «La legge elettorale? Bisogna attendere le elezioni amministrative e poi si vedrà».

E perché bisogna aspettare le amministrative (ballottaggi inclusi, s’intende)? Perché da lì emergeranno i nuovi rapporti di forza: come uscirà la Lega Nord investita dagli scandali? Come andrà il Pdl da solo? Che percentuale raggiungerà il Pd? Fin dove si spingerà l’Idv? Che risultati darà il neo-connubio Pdl-Udc che si sperimenta in Sicilia? Davvero ci sarà il boom delle liste alternative ai partiti, a cominciare dal Movimento 5 Stelle di Grillo? E via almanaccando. Così, si potrà studiare a ta-volino quale sistema conviene... al sistema!
Perciò, se diciamo che i partiti continuano bellamente a guardare il proprio ombelico, dando la priorità ai calcoli utilitaristici per la propria sopravvivenza, purtroppo non sbagliamo. Tanto spreco di analisi e di pensamenti sulle previsioni elettorali andrebbe anche fatto, ma sulle percentuali altissime di chi si dichiara astensionista, protestatario, alternativo: la maggioranza degli elettori. E poi andrebbe fatto sul crollo della fiducia nel Parlamento, franata al 12 per cento, per non parlare di quella nei partiti, ben al di sotto della decina. Si tratta di segnali che possono preludere a cambiamenti bruschi e impensati, se i politici non si decidono a dare risposte. Né possono partorire topolini.

La situazione economica resta delicatissima, il disagio sociale ha iniziato a manifestarsi in terribili forme estreme e il bisogno di istituzioni forti e autorevoli, anche sulla scena internazionale, è vitale. Ma l’autorevolezza istituzionale passa attraverso la caratura delle persone che le incarnano, mentre l’inadeguatezza della classe politica è diventata un problema cronico dell’Italia.
Oggi i cittadini chiedono di contribuire attivamente alla selezione dei loro rappresentanti e per ottenere questo risultato ci si rende conto che non basta più la sola riforma del sistema elettorale. I partiti, infatti, non possono più cavarsela semplicemente squadernando i candidati, troppo spesso scelti per interesse e non per merito, da far votare agli elettori; soprattutto se, come tutto dice, si torna ai collegi uninominali e a circoscrizioni che mantengono la lista bloccata.
Sono perciò necessarie altre regole, capaci di intaccare quei circuiti chiusi che attualmente governano la vita dei partiti e dei movimenti politici, per promuoverne la democrazia interna e la partecipazione più ampia possibile, che può rinascere solo se c’è spazio per incidere.
Non è facile: di per sé il partito è un’aggregazione libera di liberi cittadini; ma quando alla nobiltà dell’autoregolamentazione non corrisponde altrettanta nobiltà nei comportamenti e all’uso subentra l’abuso, fatale che debba intervenire la legge. Però, la legge sui partiti (e sul loro finanziamento) incontra la stessa difficoltà intrinseca che affligge la riforma elettorale: deve essere votata dai partiti stessi.

La morale finale, quindi, è per noi cittadini: senza il nostro apporto il Parlamento rischia seriamente di non farcela e tocca a noi non mollare. Tanti hanno già voltato le spalle e si sono diretti verso quella che viene chiamata “antipolitica”. Ma non bisogna cadere in questa trappola: l’antipolitica merita questo nome per il disprezzo anti-istituzionale che trasuda e che non si può condividere.
L’obiettivo è rigenerare le istituzioni, non certo difendere l’attuale sistema di partiti arroccato attorno al potere. Il Movimento politico per l’unità è in prima fila in questo impegno. La campagna “EleggiAMO l’Italia” va avanti e avrà nuovi appuntamenti. Continua in tutto il Paese un’azione capillare di contatto e dialogo con i parlamentari per ottenere da ognuno, di qualunque partito, maggior impegno e coraggio. Un modo per dire che Parlamento e Paese devono procedere a braccetto."

 

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