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in Italia

Un'agenda di speranza per l'Italia

logo_solidarietaUn contributo del Movimento Umanità Nuova dei Focolari per la Settimana Sociale dei Cattolici in Italia

 Dal 14 al 17 ottobre, si svolgerà a Reggio Calabria la 46° edizione delle Settimane Sociali dei cattolici italiani. “Un'agenda di speranza per il futuro del paese” è il titolo dell'evento.

Anche Umanità Nuova, diramazione che sintetizza le espressioni nel sociale dei Focolari, ha voluto contribuire ad alimentare il laboratorio di riflessione, di dialogo e di progettazione che il Convegno rappresenta, pubblicando un testo articolato che è anzitutto una trasparente espressione dell’esperienza di tanti che, in Italia come nel mondo, fanno riferimento al carisma di comunione di Chiara Lubich.

Rimandiamo al testo completo per una lettura approfondita. Qui diamo spazio all’indicazione di due scenari, due "piste di lavoro" che appaiono di particolare interesse e che troviamo descritti al centro del documento: la città e il dialogo. Ne riportiamo alcuni stralci.

Il dialogo

«Il nostro è un tempo lacerato da mille divisioni, che però rivela un’innegabile domanda di unità. Nei confronti di questa domanda s’impone con urgenza una scelta radicale fra due opzioni: la strada della difesa ad oltranza del molto (o del poco) su cui contare per perpetuare le nostre certezze, costruendo grandi muri attorno ai nostri quartieri/città/stati/culture-fortezze, oppure la via del dialogo, dello sforzo di leggere la storia in profondità, guardando all’ “uomo-mondo” che ci sta davanti.

(...) Come dialogare, allora? Come fare del dialogo una scelta metodologica? Come renderlo espressione di una cultura del dialogo ancora da elaborare compiutamente? La capacità di dialogare non è il frutto del tatticismo, né un’operazione improvvisata. Si intuisce che è una vera e propria arte, che trova nel Vangelo caratteristiche precise e condizioni da rispettare.

Si dialoga con tutti o non è dialogo con nessuno. Ecco un primo elemento determinante. Il dialogo è senza alcuna preclusione, per cui devono venire meno le categorie simpatico-antipatico, amico-nemico, ricco-povero, acculturato-ignorante, della propria o di altra parte politica, cultura, nazione, religione.

Chi è animato dal desiderio di dialogare non aspetta. Prende per primo l’iniziativa di gettare ponti di apertura, di stima, andando senza indugio incontro all’altro, arrivare a lui coprendo ogni distanza, senza aspettarsi che compia un solo passo. Il dialogo, perciò, è un esercizio permanente, senza soste e senza retromarce. Va scelto e intrapreso con assoluta fedeltà.

(...) Occorre avere il coraggio di non cadere nella tentazione di scindere identità e dialogo. Il dialogo rispettoso con l’altro non comporta l’annullamento, l’omogeneità mortificante dell’identità propria o altrui. Chiede, anzi, il dono appassionato del proprio contributo personale o di gruppo. Dialogare non significa applicare una sorta di codice etico di buona educazione, non vuol dire accordarsi superficialmente, rinunciare alla polarità degli estremi per incontrarsi al centro. Non si tratta nemmeno di escludere temi essenziali e urgenti perché laceranti. Scegliere il dialogo sta a significare tenere conto della parola dell’altro come necessaria alla costruzione della comunità, vuol dire aprirsi alle ragioni dell’altro nella convinzione di poter concorrere così alla realizzazione del bene comune che riguarda l’intera comunità.»

La città

«Considerata sino a qualche decennio fa lo spazio della libertà e della protezione, delle opportunità e della relazione, la città è ora pervasa da un clima di inospitalità e insicurezza, illegalità e abbandono. (...) La sfida della città ha oggi un particolare fascino. Storici, filosofi e antropologi concordano nel dire che la città fa parte di quelle comunità costitutive, universali – come la famiglia – non legate a questa o a quell’epoca, a questo o a quel continente, ma qualificanti l’identità di una persona. Guardando, insomma, alla città capiamo l’uomo. Essa è il risultato del naturale bisogno di identità della persona e del suo altrettanto naturale bisogno di dialogo con l’altro da sé. E cosa sono le nostre città se non il frutto della sedimentazione di identità: di correnti culturali, di ispirazioni artistiche, di rapporti con il trascendente. La città, dunque, come “casa di identità”.

(...) Siamo abituati a vedere le nostre città con il caos del traffico, il caos delle etnie non integrate, il caos del consumismo, il caos dei problemi sociali. E’ allora necessario acquisire un altro sguardo, compiere un’operazione di conoscenza della propria città, percorrendola lungo le sue vicende storiche, civili e religiose, istituzionali e associative, attraversare le sue risorse e le sue ferite, fino a comprenderne il disegno, quella vocazione particolare che la fa diversa da tutte le altre, un dono per la convivenza tra i popoli.

La città nuova non va costruita dalle fondamenta: esiste già. Va solo posta in luce, facendo scoprire ad ogni cittadino la sua risposta alla città, la sua responsabilità civica, chiedendo a ciascuno di fare dono con piena consapevolezza alla comunità di ciò che egli è. Al medico di curare ogni paziente pensando al benessere dell’intera città, all’imprenditore di compiere le sue scelte aziendali consapevole della responsabilità sociale che gli compete, all’insegnante, al fruttivendolo, alla casalinga, tutti nella dinamica del “per la città”. Il lavoro di ciascuno, i suoi talenti, la propria passione diventa la risorsa di ognuno per vivere e far vivere la città.»

A chiusura del documento, due proposte: 

  • «Città laboratorio. Eleggere le nostre città ad ambito unitario di sperimentazione della forza trasformatrice del Vangelo vissuto. La struttura organizzativa della comunità ecclesiale non abbraccia in pienezza, al presente, la dimensione urbana nel suo contesto complessivo. La parrocchia insiste solo su una porzione del territorio, mentre la diocesi supera la città per servire un’area più vasta. (...) Da qui, la necessità di scattare una fotografia, favorire un coordinamento, avviare una riflessione, sostenere un discernimento comunitario cittadino per porsi come popolo del Vangelo a servizio della vita urbana. (...)»
  • «Cittadinanza agli immigrati: riduzione dei tempi. La legge che regola le norme sulla cittadinanza risale al 1992. Nel frattempo è decisamente mutata la situazione dell’Italia in relazione ai flussi migratori, passando da meta transitoria verso l’Europa centrale a destinazione definitiva e stabile. (...) I dieci anni previsti dalla normativa vigente risultano ormai un tempo troppo ampio. E’ auspicabile una riduzione almeno a sette anni. Per i minori nati in Italia da genitori soggiornanti legalmente, l’acquisizione degli stessi diritti dei coetanei va condizionata, come indicato da più parti, con il completamento di un ciclo scolastico o professionale.»

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