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Identità e appartenenze. Una riflessione

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Il mondo è già multi-etnico. L'Italia no?

multi-etnic.jpgIl Movimento politico per l’unità nasce con una finalità precisa, palese già nella denominazione: contribuire, attraverso la politica, all’unità della famiglia umana.

Per questo, ci stiamo interrogando da tempo sul significato di alcune parole chiave dell’architettura della democrazia moderna: cittadinanza, nazione, identità... Interrogativi che appaiono di estrema attualità tanto più in un periodo come questo in cui, di fronte ai problemi posti dalla migrazione inarrestabile di migliaia di persone che si spostano in Europa e premono anche sull’Italia, non vediamo emergere una risposta politica matura.

I problemi, lo sappiamo, sono complessi e serve un ascolto attento dei fatti, dando spazio, in questa difficile fase, più alle domande che ci vengono rivolte che alle risposte che siamo spinti a dare sull’onda di un certo clima culturale. Aiuterebbe, forse, tenere in maggior conto che è in corso un profondo processo di ridefinizione dei confini delle diverse identità nazionali e dell’insieme dei corrispondenti diritti e doveri. Al punto che è possibile dire che, mentre da una parte i contenuti della cittadinanza si fanno sempre più dettagliati e si estende il catalogo dei diritti che essa comprende, dall’altra parte accade che la condivisione di una data eredità culturale e simbolica diventa sempre meno rilevante come marcatore di appartenenza alla comunità e come filtro per l'esercizio di molti diritti.

Nella costruzione dello stato-nazione, la definizione dei confini è stata essenzialmente un'operazione di strategia politica: in questo orizzonte, siamo stati abituati a considerare l’identità e i confini come elementi di chiusura territoriale e solidi contenitori dei diritti. Ma oggi dobbiamo lasciarci scuotere da nuove domande: la crescita delle interconnessioni che caratterizza il nostro tempo non ha introdotto già da tempo un importante punto di rottura? Quale segnale di direzione rappresenta il fatto che il principio di nazionalità stia perdendo progressivamente centralità?

Per approfondire questi temi, riportiamo alcuni stralci di un recente contributo di Pasquale Ferrara, del Centro internazionale del Mppu.

«L’identità non va intesa oggi, in un mondo sempre più interconnesso, come un fatto monolitico. Una cosa è l’identità, un’altra cosa sono le appartenenze. L’identità è data da diverse appartenenze, che rendono «declinabile» il concetto di identità. Ad esempio, cercando di definire me stesso, la mia identità dal punto di vista antropologico, come mi potrei definire oggi? Forse come un indoeuropeo che parla un tardo dialetto latino, l’italiano; come un seguace di una religione di origine medio-orientale, il cristianesimo; come un individuo o «animale politico» - secondo la definizione di Aristotele - che vive in un’istituzione sociale di matrice gallo-germanica, lo stato moderno; come un essere umano o «homo oeconomicus» che trae il suo sostentamento da un sistema di scambi di tipo anglo-americano, il capitalismo. Anche solo considerando in modo statico quello che ciascuno di noi è, nel presente, emerge una serie di diverse appartenenze. Le appartenenze sono quelle date, ma sono anche quelle elettive. Da questo crogiolo nasce l’identità, che tuttavia, in misura minore o maggiore, muta in continuazione, non solo per l’emergere e il prevalere, a seconda delle situazioni, dei diversi «segmenti» di appartenenza, ma anche per l’interazione con le altre identità, a loro volta composte da variegati elementi costituenti.

Una bellissima pagina di Amin Maalouf (*) illustra in modo esemplare questa verità:

«Non è tipico della nostra epoca aver fatto di tutti gli uomini, in certo qual modo, degli emigranti e degli appartenenti a minoranze? Siamo tutti costretti a vivere in un universo che non somiglia molto al nostro Paese d’origine; dobbiamo tutti imparare altre lingue, altri ‘linguaggi’, altri codici; e abbiamo tutti l’impressione che la nostra identità, come l’immaginavamo sin dall’infanzia, sia minacciata. Molti hanno abbandonato la loro terra natale e molti altri, senza averla abbandonata, non la riconoscono(…). Quando si concepisce la propria identità come la risultante di molteplici appartenenze, alcune legate a una storia etnica e altre no, alcune legate a una tradizione religiosa e altre no, quando si vedono dentro di sé, nelle proprie origini, nel proprio percorso, diverse confluenze, diversi contributi, diversi meticciati, diversi influssi sottili e contraddittori, si crea un rapporto differente con gli altri, come con la propria “tribù”. Non si tratta più semplicemente di “noi” e di “loro” – due eserciti in ordine di battaglia che si preparano al prossimo scontro, alla prossima rivincita. Ci sono ormai, dalla “nostra” parte, delle persone con cui non ho in definitiva che pochissime cose in comune, e ci sono, dalla “loro” parte, delle persone cui posso sentirmi estremamente vicino.»

* Maalouf A. (2005), L'identità, Milano, Bompiani, pp.44-45 e 37-38

Se è così, allora, più che di confini della nazione, sarebbe più opportuno trattare di fini della convivenza. O no?

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