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Ultimo aggiornamento Sabato 30 Aprile 2011 16:17 Scritto da Centro Internazionale Domenica 26 Dicembre 2010 00:00

Alcune note dopo la lettura di "Lo stato preventivo. Democrazia securitaria e sicurezza democratica", di Pasquale Ferrara [Rubbettino, 2010, p.249 - Prefazione di Leonardo Morlino]
Il tema del rapporto tra libertà e sicurezza non è certo recente, ma diversa e per molti aspetti inedita è la sua versione contemporanea, e cioè la tensione che viene a instaurarsi tra democrazia e «terrore». Più in generale, oggi le manifestazioni della violenza e le crisi di varia natura si intersecano con i processi di ridefinizione materiale della politica, rendendo più difficile un «trattamento» dell’incertezza e della paura diffuse.
Il percorso che Ferrara propone in questo studio prende le mosse da alcuni caratteri inerenti la condizione politica attuale, anche in considerazione dei mutamenti strutturali che si sono manifestati dopo l’11 settembre 2001 per impulso della politica di contrapposizione e lotta al terrorismo globale, propugnata dagli Stati Uniti e che si sono riverberati ben al di là dell’ordine pubblico e di un solo contesto geo-politico, producendo effetti concatenati. Le caratteristiche di questo inesplorato territorio - le relazioni politiche al tempo del «terrore globale» - sono da Ferrara sintetizzate con il termine, volutamente iperbolico ed «eccessivo», di deinocrazia, vale a dire «governo del terrificante» come timbro di un’epoca di profonde incertezze e di timori ampiamente diffusi ad ogni livello di interazione sociale.
Contrariamente alle promesse illuministiche, razionalistiche, tecnocratiche – per dirla con Zygmunt Bauman – tutta la vita è ormai diventata una lotta, lunga e probabilmente impossibile da vincere, contro l’impatto potenzialmente invalidante delle paure, e contro i pericoli, veri o presunti, che temiamo.
A partire da tali elementi, Ferrara compie un’analisi della “torsione esecutiva” (con il connesso corto-circuito immediato tra paura e affermazione del plebiscitarismo e del populismo mediatico) che l’impianto dei pubblici poteri è venuto nel complesso assumendo, a scapito dei meccanismi di controllo democratico, di rappresentanza parlamentare e di partecipazione politica. Cerca quindi di individuare i tratti salienti del “paradigma preventivo” che ne deriva e del dibattito politico-filosofico cui esso ha dato vita, assumendo come punto di riferimento proprio il mondo anglosassone nel quale tale nuovo standard ha avuto la sua incubazione.
La conclusione è un approfondimento tematico, uno scavare nelle ragioni di scontri epocali e di incrinature strutturali, che solo incidentalmente assumono la forma della violenza terroristica. La strategia di uscita è paradossalmente una strategia di ulteriore addentramento nelle fratture per rivelarne l’insospettabile origine comune in un’affinità tradita, negata, persino rimossa: lo studio di una complessa geometria delle appartenenze, affievolite o al contrario eccessivamente enfatizzate e pervasive.
L’impianto teorico sviluppato da Ferrara non può essere considerato un esercizio astratto. Nel suo nucleo centrale, il lavoro è frutto di una riflessione che Ferrara ha condotto nella sede di Washington, dove ha prestato servizio tra il 2002 ed il 2006, e del ricchissimo dibattito sorto all’interno della «comunità epistemica» (analisti, commentatori, studiosi) sui caratteri e sui limiti dell’atteggiamento degli Stati Uniti (ed in generale del mondo occidentale) nei confronti del terrorismo trans-nazionale, delle sue matrici e manifestazioni.
Come scrive Leonardo Morlino nella Prefazione al volume, l’intento di Ferrara è indagare «che cosa succede quando in una democrazia esiste una minaccia percepita alla sicurezza personale, quando qualcosa di ben più inquietante della “paura” (il deinòn) prende il sopravvento, e l’esigenza di garantire la sicurezza assume priorità sugli stessi valori democratici con effetti negativi sulla qualità democratica di un certo paese; che cosa succede, più specificamente, quando il rapporto tra libertà e sicurezza viene manipolato a scapito della prima; qual è, poi, l’impatto effettivo delle diverse modalità adottate per contrastare il terrorismo all’interno di una democrazia; e ancora come affrontare i dilemmi "operativi ed etici" posti dalla necessità di combattere il terrore; infine, come uscirne in modo appropriato, non attraverso una qualche democrazia «securitaria», ma piuttosto assicurando la sicurezza democratica «fondata sulla partecipazione comunitaria»? A queste domande, che vanno al cuore del problema del come combattere il terrorismo, Ferrara dà risposte non banali fondate sia su solidi argomenti di filosofia politica sia su importanti ragioni empiriche. »
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