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I.N.R.I.

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Dal sito politicaresponsabile.it (associazione di ricerca e formazione politica) riprendiamo il nuovo editoriale di Ilaria Pedrini, sociologa trentina - tra i coordinatori della rete italiana delle “Scuole di partecipazione” del Mppu.

Croc_Giotto_SMN“I passi della Scrittura che vengono letti, pregati, meditati nella Settimana Santa sono - anche - testi di pedagogia politica. Può essere un'ovvietà, ma perché non ritornarci? Gli ingredienti ci sono tutti: una città e un impero, una nazione occupata e una lotta di liberazione, intrighi di palazzi civili e religiosi, alleanze e tradimenti, azioni collettive di movimenti e partiti, e la "folla", soprusi e processi, torture e pene capitali. E, immancabili, a muovere gli attori, il potere e il denaro.

La figura che irrompe sulla scena risulta - oggi come allora - misteriosa, quasi un alieno, o un idiota direbbe Dostoevskij, e lo si capisce dai travisamenti, dalla domanda ricorrente "chi è?" e dalla varietà delle risposte: figlio del carpentiere, nazareno, profeta, rabbì ... Persino riguardo all'accusa che lo trascina da un tribunale all'altro non c'è accordo: "che ha fatto di male?" e anche quando bisogna scrivere l'atto di condanna a morte - a giustificazione e ammonizione del popolo - si questiona.

(particolare del Crocifisso di Giotto, a Santa Maria Novella a Firenze)

"Gesù di Nazareth, Re dei Giudei (I.N.R.I.)" fa scrivere Pilato[1], sancendo per verità e sentenza la presunta autoproclamazione che i capi dei sacerdoti avevano abilmente costruito affinché il "braccio armato" dei romani eseguisse ciò che essi volevano.

Nell'interrogatorio, quando il governatore chiede all'imputato: "Sei un re, tu?" si sente rispondere: "Sono nato e venuto nel mondo per essere un testimone della verità, chi appartiene alla verità ascolta la mia voce" e, all'insistere di Pilato, "il mio regno non appartiene a questo mondo"[2]. Nelle due risposte consecutive c'è una contraddizione solo apparente; nella predicazione del Nazareno, nei tre brevi anni che coincidono con un viaggio da nord a sud della Palestina, da Nazareth a Gerusalemme, è costantemente presente questo binomio: verità e regalità. Qui sta l'attrito con la storia politica di "questo mondo", in cui potere e verità divergono.

Già in Galilea il dire di Gesù stupiva perché "insegnava come uno che ha autorità"[3]. E' sintomatico l'uso del termine. L'autorità è un potere di qualità particolare. Regge e guida, ma senza bisogno di spaventare e opprimere, di violenze e manipolazioni. Non conosce il "divide et impera", né maneggia quel divisore pervasivo che è il denaro. E' amore politico perchè crea unità senza togliere la libertà, porta la pace senza bombardamenti. Agisce ragionevolmente e motiva dall'interno le persone, si fa capire anzitutto dai bambini per la consonanza profonda fra il dire e l'essere.

Gesù di questa politica autorevole rimane un modello, lui che é arrivato a dire: "Io sono la verità"[4], a chiamare "suoi" coloro che "appartengono alla verità"[5], a farli pieni di speranza e di coraggio: "Il regno di Dio è in mezzo a voi"[6].

Questo tipo di autorità/verità è - oggi più che mai - segno di contraddizione e smaschera le ipocrisie e l'arroganza del potere, come la luce il buio. Così, nel prologo del suo Vangelo[7], Giovanni coglie il senso dell'irrompere della Parola nella storia e la reazione rabbiosa delle tenebre che arriva al parossismo, alla passione. "Se il mio regno fosse di questo mondo i miei servi avrebbero combattuto"[8]: l'urto con la logica della violenza è totale e totale allora si fa la  testimonianza alla verità. La sua regalità cresce, cresce. Rimane solo. Quando è l'"ora" anche i "suoi" - non la Madre - lo rinnegano e fuggono.

Poi lassù, inchiodato, va oltre. Tutto si fa buio. Anche la verità scompare. Grida: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"[9]. Il venerdì tramonta e l'iscrizione "re" sovrasta un corpo senza vita.

Ci vuole coraggio. Penso ci sia in tutti quelli che agiscono con purezza d'amore per l'interesse collettivo - ossia che agiscono politicamente - una scintilla, forse una fiamma di questo coraggio che tiene insieme regalità e verità.

Ma i tempi sono bui e la nebbia è fitta. Occorre tenersi per mano.

E a noi, come va? Come riusciamo - da cittadini, democraticamente "sovrani" - a testimoniare la verità e l'autorità che l'accompagna? E la vediamo brillare qua e là, e la alimentiamo, anche nel tempo delle fiction, dei trasformismi, delle convenienze di gruppo e di apparato? Come ci stiamo alla corte dei "pilati" che nulla decidono davvero, intenti ad occuparsi del vuoto consenso? Come ci stiamo alla corte degli "erode" che, circondati da giullari, recitano la parodia delle istituzioni?

Chiediamocelo, nell’attesa della domenica di Pasqua.”

  • [1]    Gv. 19,19
  • [2]    Gv. 18,36-37
  • [3]    Mc. 1,22
  • [4]    Gv. 14,6
  • [5]    Gv. 18,37
  • [6]    Lc. 17,21
  • [7]    Gv. 1,1-18
  • [8]    Gv. 18,36
  • [9]    Mc. 15,34

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