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Una testimonianza dal Myanmar

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Testimonianza di una giovane birmana, presentata durante il II Seminario delle "Scuole di partecipazione" del Mppu, che si è svolto a Loppiano il 28 e 29 maggio 2011: "Democrazia e cambiamento. Quali scenari?"

LA DOVE LA DEMOCRAZIA NON C'E'

(G.M.K.) Vengo dalla Birmania, o dal Myanmar. Tanti chiedono quale nome usare per il nostro Paese: anch'io sarei contenta di poter usare una sola parola. Il mio è un paese multietnico, composto da 135 diverse etnie. Siamo stati colonizzati prima dagli inglesi e poi dai giapponesi. E quando abbiamo cercato di ottenere l'indipendenza dai giapponesi, gli inglesi ci hanno sostenuto. Prima della colonizzazione, hanno regnato varie dinastie. Durante il dominio inglese il nostro Stato si chiamava Birmania, un nome che viene dall'etnia Burmans, tuttora la maggioranza della popolazione.

Nel 1988 una rivolta per la democrazia è stata la causa dell'uccisione di non meno di 3000 persone. Mio padre, avvocato, ha aderito alla rivolta in quel delicato momento della nostra storia e per salvarsi ha dovuto fuggire e andare oltre confine. Da quel momento in poi non abbiamo più avuto sue notizie. Avevo solo 8 anni e anch'io avevo preparato un piccolo pacchetto di emergenza personale se fosse stato necessario fuggire. Sono cresciuta in questo clima di paura. Il nostro non è un caso isolato; tante famiglie non hanno più visto i loro padri, i loro figli e figlie che si sono sacrificati per la libertà.

Nel 1989 il governo ha cambiato nome al Paese: Myanmar ha un senso più neutrale. L'intenzione era buona, ma ci è stata imposta ancora una volta. Dato che il governo aveva natura dittatoriale non ha chiesto il nostro consenso. E ancora oggi il partito pro-democrazia non riconosce questo nome perchè il governo attuale è illegittimo. Governa il Paese, infatti, senza essere stato eletto, dopo aver rifiutato il risultato delle elezioni del 1990, in cui aveva vinto il partito di Aung San Suu Kyi.Myanmar

La multietnicità che caratterizza la Birmania è un tema importante: le diverse minoranze chiedono da anni maggiore autonomia e l'esercito utilizza questa giustificazione per mantenere il potere. Il disorientamento e la tensione tra gruppi diversi sostengono così un potere autoritario. Per questo, la chiave principale per il cambiamento sta nell'unità. Ma servono leaders carismatici che siano in grado di fare concrete scelte strategiche e di lavorare con il popolo.

Da quando sono in Italia, ho potuto conoscere le sue bellissime città, ciascuna con qualcosa di unico. Una caratteristica che mi colpisce in modo speciale è la piazza: ogni città ha la sua piazza, anzi, le sue piazze. Ed ammiro tanto quelle piazze in cui tutti i cittadini possono passeggiare, raccogliersi, festeggiare, esprimere quello che vogliono nel nome della comune cittadinanza. Anche nelle nostre città esiste la piazza accanto al tempio buddista: anche noi ci potevamo radunare prima che la nostra voce venisse messa a tacere per più di 50 anni, in modo spesso violento. Per questo, quando mi trovo in una piazza italiana, sento un po' di nostalgia per il mio piccolo villaggio.

L'ultima volta in cui abbiamo potuto radunarci è stato nel 2007, quando i monaci buddisti hanno guidato una straordinaria marcia pacifica, pregando in nome della pace per la gente che soffre. E la gente si è unita ai monaci. Appena l'esercito ha cominciato a sparare, c'è stato chi ha gridato ai soldati: "L'educazione che vi ha dato il nostro generale Aung San non era di uccidere i civili!" E' vero: il generale Aung San, padre di Aung San Suu Kyi, si è speso perchè l'esercito potesse ridare l'indipendenza al Paese e proteggere i civili... Invece, dopo che è stato ucciso, i militari sono arrivati a sparare sulla gente radunata in segno di protesta.

Viviamo in un'epoca globale in cui i mezzi di comunicazione e di trasporto rendono il mondo più vicino. Al contrario, in Birmania meno del 2% della popolazione ha accesso al telefono e ad Internet. Di recente, il Ministro della comunicazione ha fatto sapere che chi usa Internet nei luoghi pubblici dovrà registrare i suoi dati personali, e non potrà comunque usare nessun sistema di telefonia tipo skype, gtalk, ed altri. Non si possono utilizzare nemmeno supporti Usb, hard drive, cd, floppy. Il costo di una scheda SIM è ancora di 500 euro (fino a poco fa costava più di 1500 euro).

Potremmo chiederci: quando i giovani birmani chiederanno il cambiamento, rivivremo ciò che è accaduto in Egitto o in Tunisia? Penso di no, perchè le situazioni sono molto diverse, ma certamente un qualche tipo di cambiamento avverrà. Il costo che i popoli hanno pagato per la libertà non è mai stato leggero. In Birmania, si tratta di un costo particolarmente alto. La libertà di pensiero o di associazione non esiste. La spesa dello Stato per l'educazione e la sanità pubblica è meno del 2% del GDP (Prodotto Interno Lordo), mentre la spesa per la difesa supera il 40%. La dignità della persona è brutalmente ignorata.

Esiste un campo molto ristretto in cui è possibile proporre politiche pubbliche per il bene comune. In effetti, non siamo guidati da una ideologia forte: non esiste sinistra o destra. Sarebbe necessario, prima, avere un governo responsabile. Ma i tempi cambiano e anche in Birmania cresce l'esigenza di cambiare forma di governo. Nel 2010 si sono svolte nuove elezioni generali. Forse ricorderete il referendum che si è tenuto del 2008, l'anno in cui il ciclone Nargis ha colpito la costa, con 130.000 morti e milioni di persone che hanno perso tutto, un anno dopo la “rivoluzione zafferano” e la strage dei monaci.

Teniamo conto che il risultato delle elezioni del 1990 era stato ignorato e il partito della Lega Nazionale per la Democrazia bandito dalla vita pubblica. Tante persone impegnate nel partito erano state uccise, incarcerate, poste agli arresti domiciliari, esiliate. Per questo, Aung San Suu Kyi continua a chiedere il riconoscimento del risultato del 1990, perchè il popolo della Birmania ha diritto di avere nelle sue mani la sua storia. Quella elezione aveva finalmente dato al popolo la possibilità di scegliere e di oltrepassare la sanguinosa rivoluzione del 1988. Non riconoscere quel risultato, quindi, significa non rispettare il popolo.

Amnesty International segnala che i diritti umani fondamentali non sono rispettati. Mancano leggi contro la tortura, manca il riconoscimento del diritto ad un processo giusto. Il potere è ampiamente nelle mani della forza militare, che ha 1/4 dei seggi del Parlamento nazionale e 1/3 dei seggi nelle altre assemblee regionali. In caso di emergenza, possono essere sospesi tutti i diritti fondamentali e lo stato di emergenza può essere dichiarato anche arbitrariamente dal Presidente con l'appoggio del Consiglio militare di sicurezza nazionale, che assume il potere legislativo, esecutivo e giudiziario.

Tutto ciò dice che la Birmania ha bisogno di una vera democrazia che consenta la coesistenza delle diverse etnie in un assetto istituzionale ordinato, sotto il governo della legge. Ora, la transizione verso la democrazia resta una porta stretta, ma oltre questa porta speriamo di trovare un futuro meno doloroso.

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