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A Rosarno, i due volti di un problema umano

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rosarno_2010Rosarno è una cittadina di 15 mila abitanti in provincia di Reggio Calabria.

All'inizio di gennaio è stata al centro di una vicenda drammatica che ha fatto emergere una volta di più la situazione di sfruttamento dei braccianti africani immigrati, la lontananza delle istituzioni politiche e il potere di vita e di morte degli uomini della n'drangheta in Calabria. Diamo spazio a due commenti, mentre segnaliamo l'intervento di don Pino De Masi, vicario episcopale della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, riportato da Avvenire (10 gennaio 2010): "A mio avviso dietro gli scontri ci sono le cosche che controllano il racket del lavoro nero." (vedi anche Netone)

Marco Fatuzzo, presidente del Centro internazionale Mppu

"Bisogna ripartire dal cuore del problema! Bisogna ripartire dal significato della persona! Un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura, e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare, nell’ambito del lavoro, dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell’ambito delle condizioni concrete di vita. La violenza non deve essere mai per nessuno la via per risolvere le difficoltà. Il problema è anzitutto umano! Invito, a guardare il volto dell’altro e a scoprire che egli ha un’anima, una storia e una vita e che Dio lo ama come ama me".

Queste le parole con le quali papa Benedetto XVI ha fatto sentire la sua voce in merito ai gravi fatti accaduti a Rosarno. Parole che ci spingono a lasciarci interrogare in profondità da quanto è avvenuto. Non si può escludere che dietro quegli accadimenti non ci sia stata un’azione preordinata da parte della ‘ndrangheta. E’ davvero improbabile, infatti, ipotizzare una iniziativa di matrice razzista in un territorio che da due decenni accoglie gli immigrati africani, impegnati in gran parte nelle colture stagionali. La Rosarno “sana” ha risposto con una manifestazione corale (circa duemila persone) alle accuse di xenofobia, per condannare la violenza “da qualunque parte provenga” e per impedire che, all'ingiustizia diffusa di condizioni di lavoro disumane e alla violenza, si aggiungesse l’ingiustizia delle accuse rivolte a chi invece si impegna per l'integrazione.


Non c’è dubbio che il problema dell’immigrazione in Calabria vada inquadrato nel grande problema della liberazione dall’oppressione mafiosa. Sono queste le due facce di un problema umano. Da una parte c’è infatti la ‘ndrangheta, che cerca di sopraffare queste persone, sfruttandole al massimo, costringendole ad abitare in condizioni disumane, sottopagandole e sottoponendole a minacce. C’è poi l’altra faccia della Calabria, quella della gente che fa a gara per creare una rete di solidarietà attorno a loro.

Le istituzioni dovrebbero far sentire maggiormente la loro presenza in questi territori. Lo Stato centrale, certamente; ma in primo luogo le istituzioni regionali e gli enti locali. Non è semplice (l’amministrazione comunale di Rosarno è stata sciolta per infiltrazioni mafiose!), ma è la vera sfida.

Maria Teresa Marzano, insegnante (Roma)

Gli eventi di questi giorni a Rosarno mi hanno sollecitata profondamente perchè vengo da quella terra e per alcuni anni ho insegnato proprio in quella città. Ricordo che, ancora alla fine degli anni '80, la situazione era talmente complessa che, alla fine delle lezioni, dovevo essere letteralmente "scortata" alla stazione ferroviaria da alcuni dei miei alunni (ragazzi tra i 18 e i 25 anni, studenti di corsi di formazione professionale) fino a che non salivo sul treno. Ma il pericolo non era costituito dalle persone immigrate, già allora fortemente presenti sul territorio, bensì dalle associazioni mafiose locali che non vedevano di buon occhio la realizzazione di corsi di formazione professionale che avrebbero potuto qualificare i giovani del territorio a trovare un lavoro....
Da allora, è passato tanto tempo ma a me è sempre rimasta in cuore quella porzione di terra calabrese dove si respirava - già allora - un'aria cupa e gravida di segnali di forte disagio sociale e di difficoltà di integrazione dei lavoratori immigrati, che veniva strumentalizzata ad arte.
Da sempre ho in cuore il desiderio che possa nascere una rete virtuosa tra realtà locali (e nazionali) sociali, ecclesiali, e ove possibile anche politiche ed economiche, a cui poter dare il nostro contributo, magari favorendo l'attivazione di azioni di cooperazione, di collegamento, di adesione a progetti lavorativi, culturali, o anche sostenendo percorsi già esistenti e non contaminati da dinamiche mafiose.
Si potrebbe, ad esempio, provare a realizzare una mappatura delle realtà positive presenti in quel territorio, con le quali organizzare un momento di confronto. Chissà che da qui non possa partire una realtà allargata in cui far confluire le energie positive locali, in rete tra loro: questa azione potrebbe costituire un antidoto e dare coraggio a chi lavora, lotta e sogna in Calabria di non farsi risucchiare all’interno di dinamiche di collusione o strumentalizzazione involontaria con la mentalità mafiosa dilagante.

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