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Ultimo aggiornamento Sabato 08 Gennaio 2011 00:24 Scritto da Daniela Ropelato Lunedì 18 Ottobre 2010 00:00
Si è conclusa la 46a Settimana sociale dei cattolici italiani: "Un'agenda di speranza per il futuro del Paese”
Reggio Calabria, 14/17 ottobre
Per dare conto della rappresentatività delle presenze e del ricco significato dei contributi che hanno arricchito questo appuntamento della Chiesa cattolica italiana, rimandiamo ad altri resoconti e sintesi. Qui ci pare necessario sottolineare alcuni punti.
Nel corso dei due anni preparatori, il lavoro del Comitato scientifico si era andato sviluppando lungo una traiettoria precisa: ascoltare-interpellare-conoscere la “speranza in atto”. Un metodo che ha permesso di continuare a dare voce anzitutto alla vita e alle sue diverse espressioni, anche una volta giunti a Reggio Calabria. E la redditività di tale metodo è venuta in particolare rilievo quando i 1.200 delegati, suddivisi nei gruppi di lavoro tematici, si sono proposti di elaborare una lista condivisa di obbiettivi.
A Lucia Fronza Crepaz, che ha coordinato per vari anni il Mppu a livello internazionale, è stato chiesto di rappresentare il Movimento dei focolari in questa sede e di guidare, con Luca Antonini, i lavori di una delle 5 assemblee tematiche, quella che doveva occuparsi del tema impegnativo di: “Completare la transizione istituzionale”.
Nella giornata conclusiva i risultati dei lavori sono stati comunicati alla platea. Ci sembra di grande interesse riportare alcuni stralci della relazione conclusiva del quinto gruppo, in particolare là dove raccoglie la domanda di una urgente riforma elettorale.
COMPLETARE LA TRANSIZIONE ISTITUZIONALE
Relazione finale della quinta Assemblea tematica - a cura di Lucia Fronza Crepaz
«Indiscutibilmente la prima novità è stata l'assemblea stessa: oltre 150 persone che rappresentavano tutti i soggetti della dinamica democratica, un'assemblea di popolo... E' stato un laboratorio dove cittadini, funzionari, parlamentari, amministratori, assieme anche a parroci e vescovi, non hanno avuto paura del confronto per trovare soluzioni. Qualcuno di loro ha detto “la passione nasce dalla pratica”. (…) In tutti è emersa l'esigenza di occuparsi dei destini politici di questo Paese per due esigenze comuni:
• dare il proprio contributo – accanto a tanti altri – per superare in termini più partecipativi quella che, nel sentire comune, è stata chiamata “questione democratica”;
• riuscire a fare sistema delle tante esperienze positive che i cristiani fanno, nei mille ambienti dove vivono la loro testimonianza; offrirle degnamente laddove si scrivono le regole e si fanno molte delle scelte che poi pesano sulla vita italiana.
I punti dell'agenda:
“Completare la transizione” non prevedeva la definizione di una soluzione praticabile di impianto istituzionale, ma è apparso molto chiaro, e direi originale, il 'come': occorre cioè completare la transizione con tutti, senza lasciare al di qua nessuno. Perchè c'è il rischio di veder transitare i ricchi e i capaci e lasciar indietro i poveri, i giovani, o i non qualificati. E' un momento delicato, si percepisce che i partiti da soli non riescono a salvaguardare una democrazia di tutti, ora più che mai una questione di popolo, non di élite: quindi, come è emerso, ci interessano le riforme, le finanziarie, che non lascino fuori nessuno.
(...) punti chiari su cui impegnarci ed impegnare la gente intorno a noi:
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una decisa spinta verso una maggior democrazia nei partiti. Oggi, tutte le formazioni politiche sono apparse dotate di potenti respingenti verso chi vi si affaccia. Ed è uscita una proposta, fatta ancora a suo tempo da don Sturzo (radice di tanto del nostro impegno di cattolici): farne delle associazioni di diritto pubblico, completando la dizione dell'art. 49 della Costituzione. Presidiare il Parlamento perchè giunga ad approvare una legge di disciplina dei partiti che preveda un bilancio pubblico e regole certe di democrazia interna.
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Una altrettanto decisa spinta, presente praticamente in tutti gli interventi, è venuta per la revisione della legge elettorale. Ciò che è apparso più urgente è la modifica della modalità di scelta dei candidati: tornare cioè a dare all'elettore un reale potere di scelta per esercitare il proprio diritto di indirizzo e di controllo sull'eletto. La richiesta pressante di modifica si è articolata anche - e questo non solo a livello nazionale - sul numero dei mandati, sull'ineleggibilità di chi ha problemi con la giustizia, su una maggior gratuità dell'impegno politico.
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Più volte è stata nominata la Costituzione. Questo documento è stato frutto di un'esperienza che rimane esemplare: alto compromesso delle principali culture politiche del Paese. Si è detto, quindi, che non sono impensabili delle modifiche, ma solo se condivise da una larga maggioranza e senza stravolgerne l'impianto fondante.
Sul secondo punto dell'agenda, il federalismo (...) è seguito un vivace, ma onesto dialogo tra il nord ed il sud presente in assemblea e ci si è accorti che su questo argomento esiste un onere di informazione, fatto presente dal relatore, e di partecipazione, sottolineato da tanti.
Prima constatazione: il federalismo, non possiamo più chiederci se accettarlo o meno... c'è! Dal 2001 è una realtà avviata nel nostro paese. E su questo abbiamo bisogno di informazione e di partecipazione per “abitare” queste scelte che ormai fanno parte della nostra storia nazionale. Dal confronto tra noi abbiamo individuato un duplice bivio: a seconda delle scelte si può fare del federalismo una lotta agli sprechi, con una responsabilizzazione della spesa di chi ha potere decisionale e con una responsabilizzazione del cittadino per un controllo più deciso; oppure si può passare da un centralismo statale ad un nuovo centralismo a livello regionale, tra il resto semplificando la presa dei poteri forti. (…) Quindi: federalismo sussidiario e solidale.
All'agenda si è voluto aggiungere un punto:
(…) per un modo nuovo di far politica occorre una formazione adeguata. Sono stati anche individuati alcuni luoghi di formazione specifica: forum, in cui ripetere questa positiva esperienza di discernimento comunitario, in cui imparare a pensarci come squadra, come un 'noi'; scuole-laboratorio per imparare a parlare alla testa e al cuore delle persone (si è preferito chiamarle 'laboratorio', sulla scorta di esperienze positive e negative che sono state portate, per evitare che siano palestre asettiche dove si fa solo teoria). (...)
Ma credo che la novità, in fatto di formazione, sia stata l'individuazione di un luogo particolare come scuola: la città. Un laboratorio grande e permanente, spazio da conoscere e di cui riappropriarsi, in cui sperimentare il proprio impegno comunitario.»
Per leggere l'intero documento: Completare-la-transizione.pdf
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