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Ultimo aggiornamento Sabato 30 Aprile 2011 16:21 Scritto da Marco Fatuzzo Sabato 08 Gennaio 2011 00:31
Il dibattito attorno alla riforma elettorale è uno dei temi che emerge con più frequenza in Italia. Con l'intervento che segue, intendiamo avviare una riflessione che pensiamo sia di interesse per tanti.
PRIMA PARTE
«Uno degli aspetti nodali del momento attuale è certamente la crisi della relazione fra istituzioni politiche e società civile. In più di una occasione abbiamo sentito affermare da Chiara Lubich che "non si può avere un buon governo, se non si ha una buona società". Potrebbe apparire una constatazione elementare, ma le conseguenze sono molteplici.Lo stesso concetto di politica chiede di essere ricompreso.
La ricerca di una definizione coerente, infatti, conduce a considerare la politica come l'arte del bene comune, e il suo esercizio come una ragionevole distribuzione di compiti nelle diverse funzioni. Quella degli eletti ai vari livelli di rappresentanza, che si esprime attraverso la funzione del governare, legiferando e amministrando; e quella dei cittadini, non meno essenziale, del vivere le istituzioni e dell'osservare le leggi con serietà civica: da loro si attende il "plebiscito di ogni giorno", il rinnovo quotidiano del patto sociale, attraverso l’affiancamento dei poteri pubblici e lo stimolo all'arte del buon governo.
Se consideriamo, su queste premesse, la pervasività delle istituzioni politiche che prevale nella transizione in corso – sempre più svuotate, nei contenuti e nelle forme, delle funzioni proprie della democrazia rappresentativa -, appare tanto più urgente che la società civile, nei suoi vari livelli di articolazione, ritrovi la sua specifica soggettività in una relazione distinta e vitale con le istituzioni. Si rafforza la consapevolezza e l'esigenza che la rete di gruppi e strutture presenti nelle attività sociali, culturali, nella cooperazione, nel volontariato… con competenze, tecniche e valori di fondamentale interesse pubblico, collaborino direttamente alla gestione pubblica a fianco di organi politici e amministrativi. L’attività politica fa parte della dimensione sociale inalienabile di ogni cittadino, non può limitarsi al periodo elettorale.
Tutto questo ha qualcosa a che vedere con l’esigenza di una modifica dell’attuale legge elettorale in Italia? Vorremmo provare ad evidenziarlo attraverso la descrizione di una serie di buone ragioni.
In un articolo di Tommaso Sorgi pubblicato sulla rivista Città Nuova nel 1985, leggiamo: “Nella prima metà dell’Ottocento, Tocqueville metteva in guardia la democrazia rappresentativa da un 'rischio' insito nello stesso sistema elettorale che la caratterizza: «Il popolo non esercita la sua sovranità che un giorno soltanto», delegandola ad alcuni che in quel giorno esso sceglie e poi «abdica fino alle elezioni successive»” [T.Sorgi, Votare non basta, 1985/11].
In questo quadro, prosegue Sorgi, va rilanciata la consapevolezza della sovranità dei cittadini non come mito teorico, ma come reale possibilità storica. Ciò che appare urgente è lavorare per scuotere “la grande folla della città, esterna alle logiche dei partiti, stimolando il singolo cittadino a continuare l’azione democratica anche nei giorni, mesi, anni successivi alla data delle elezioni, in modo da farlo uscire dalla 'eclissi di cittadinanza' e spronare il 'sociale' ad ergersi come interlocutore concreto - organizzato e socio-culturalmente situato - verso il 'politico', inteso sia nelle sue forme di potere pubblico, sia nelle forme di strutture partitiche.”
Come agire? La relazione tra cittadini ed eletti è fortemente asimmetrica: di conseguenza, “se gli elettori non si coagulano in gruppi, non riescono a diventare un interlocutore valido, in grado di farsi ascoltare. Devono perciò creare dei 'posti di ascolto', dei 'centri di dialogo' nelle città, quali punti di incontro fra il 'sociale' ed il 'politico', in una azione pubblicizzata, che crei opinione pubblica e costituisca una continua forza di pressione di vero stampo democratico. E’ l’unico modo che il cittadino sensibile ha per non immiserirsi nel 'nudo votare', per passare dalla partecipazione meramente elettorale e delegante ad una partecipazione attivamente condizionante che lo innalzi a co-gestore della cosa pubblica.”
Passiamo ora a considerare queste riflessioni alla luce del contesto attuale in Italia.Sono due gli argomenti spesi da chi difende la legge elettorale vigente. Il primo è quello della trasparenza delle alleanze e dei programmi, che la legge garantirebbe grazie al premio di maggioranza per la coalizione che riesce a prendere anche un solo voto in più. All'elettorato sarebbe assicurata la libera valutazione dell'offerta politica, per cui chi esce vincente si può definire "espressione del popolo sovrano", detentore del diritto-dovere di governare senza possibilità di successive diverse maggioranze parlamentari.
Il secondo argomento è quello che essa garantirebbe le necessarie condizioni di governabilità.Non mettiamo in dubbio la buona fede di quanti esprimono questa visione, ma sono i fatti a svelare alcuni elementi di criticità in queste argomentazioni. Anzitutto, quello che non viene detto è che agli elettori, con questa legge, spetta una ben misera parte: quella di ratificare con il loro voto la composizione del Parlamento decisa dalle oligarchie centrali dei partiti, alle quali spetta stilare le liste “prendere-o-lasciare”. Le liste bloccate non consentono agli elettori di operare una scelta tra diversi candidati di una stessa formazione politica, né esistono meccanismi di partecipazione democratica alla creazione di tali liste, come ad esempio le elezioni primarie istituzionalizzate. L'esito è sotto gli occhi di tutti: una classe di parlamentari che - salvando sempre le lodevoli eccezioni - poco o nulla sente il compito di rappresentanza dei cittadini, preoccupata per lo più di mantenere la fiducia del potente di riferimento. Un terreno di coltura per il mercanteggiamento del seggio e persino di servilismo. Con le liste bloccate si contraddice l'esigenza di una relazione continuativa e densa di contenuti tra gli elettori e gli eletti, via essenziale per rivitalizzare la rappresentanza democratica e possibilità reale di partecipazione attiva, responsabile e non meramente “delegante”, dei cittadini alla co-gestione della cosa pubblica.
In secondo luogo, non è vero neppure che la legge garantisca la governabilità. Il diverso criterio di attribuzione del premio di maggioranza (alla Camera su scala nazionale, al Senato su base regionale) può produrre maggioranze diverse nelle due Camere, specie in situazioni di frammentazione partitica quale quella che il Paese si potrebbe trovare a fronteggiare in una prossima fase elettorale. In particolare al Senato, dove il premio di maggioranza è distribuito regione per regione, l'esito finale non sempre è certo (e la conclusione della precedente legislatura, dopo appena due anni, lo testimonia). Altri sistemi, in grado di conservare la trasparenza delle alleanze, assicurare una scelta reale da parte dei cittadini e garantire condizione di governabilità, sono possibili.
Emergono ancora altre questioni problematiche nell’attuale legge elettorale, alle quali occorrerebbe porre rimedio. Essa esprime una forte tendenza ad un sistema maggioritario, con un drastico sacrificio della rappresentatività a favore della governabilità, ma non è inserita in un quadro istituzionale coerente ed armonico che consideri la ripartizione dei poteri nel loro insieme, con tutti i pesi e contrappesi necessari. Inoltre non è espressione di un’ampia condivisione e pertanto rimane esposta a cambiamenti anche radicali ad ogni nuova legislatura.»
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