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In prima persona. Con chi è ai margini

catenaQuando l'incontro tra ambiti professionali e vita reale è in grado di produrre interventi e misure efficaci per rinnovare le politiche socio-sanitarie

CB, italiana, assistente sociale, ha lavorato per 35 anni presso il Servizio psichiatrico della sua città.
Di seguito, un brano della testimonianza che ha presentato di recente ad un convegno pubblico.

«Quarant'anni fa, quando sono stata assunta, esistevano ancora i manicomi, terribili e disumani contenitori di tutti coloro che erano di disturbo alla società. Molte di queste persone erano ricoverate da 20 e più anni; e molte non sapevano neppure il perché. Il mio entusiasmo giovanile mi portava a spendermi con passione. A volte, però, quando constatavo che il mio sforzo non riusciva a produrre granchè, mi prendeva una forte amarezza.

E’ stato proprio in quei primi anni che ho conosciuto Chiara Lubich e il suo carisma di unità. Facendomi guidare dalla logica evangelica, anche nel lavoro, ho cominciato a sperimentare che si aprivano vie nuove. A poco a poco, ho imparato ad avvicinarmi ad ogni persona con l'unico intento di donare un gesto di amore concreto, disinteressato, senza aspettarmi nulla in cambio, e affrontando ogni mattina come si trattasse della mia prima giornata di lavoro. Davanti ad un problema, magari davanti ad un fallimento, era sempre possibile sperare il meglio. E questo, non solo con i malati, ma con tutti: un medico considerato intrattabile, un parente ansioso... Facevo esperienza che i rapporti cambiavano e che, dall’ascolto profondo di ognuno, nasceva una piccola luce, una soluzione diversa, o una idea che poteva sollevare almeno un po’ quel mondo di sofferenza.

Tra i malati più impegnativi c'erano i tossicodipendenti. Nella nostra città, erano i primi di cui si notava la presenza ma, di fatto, rappresentavano la punta avanzata di un iceberg. Secondo gli stereotipi di allora, questo mondo di emarginati era considerato senza speranza: “Hanno scelto di rovinarsi con le loro stesse mani...”, si diceva. Il Servizio pubblico si limitava ad un rapido ciclo di disintossicazione, che non cambiava le cose.

Il grido che mi arrivava da tanti genitori disperati, dai giovani stessi (ricordo Isabella, che aveva coperto i muri di casa con una scritta: “Sono sola, sono sola, sono sola...”) non mi dava tregua. Occorreva immaginare, sperimentare qualcosa di nuovo. Un giorno, durante le lunghe ore di un viaggio in pullman, ho conosciuto una ragazza uscita “dal giro”: si era imbattuta come me nell'esperienza dei Focolari, da allora aveva dato alla sua vita l'obiettivo di concorrere all'unità tra persone e popoli, e aveva deciso di non drogarsi più. Siamo diventate amiche ed è stata lei a farmi incontrare, fuori dalle strutture assistenziali, i giovani “della piazza”. Finalmente ho potuto conoscere questi giovani nella vita che facevano, ho capito di più il loro dolore. Mano a mano, anche con gli altri operatori abbiamo compreso come accompagnarli verso l'uscita dal “tunnel”. Abbiamo coinvolto tanti, fino ad avviare la prassi dell'accoglienza all'interno di alcune famiglie disponibili. Chi ci ha aiutato, tra gli altri, è stato anche don Ciotti, che fin da allora si occupava di questo dramma.

Un giorno mi sono trovata a raccontare questa iniziativa ad un gruppo di volontari del territorio, appena tornati a casa dopo aver prestato servizio tra la gente del Friuli colpita dal grave terremoto. Un gruppo di persone meravigliose che, in breve, è diventato “una valanga”. Si è costituita una associazione, sono nate le prime comunità di recupero locali, servizi di auto-aiuto a favore delle famiglie, iniziative di sensibilizzazione e di prevenzione… Tutto ciò ha stimolato fortemente anche l’Ente pubblico ad aggiornarsi e a mettere in campo tutte le risorse possibili.

C'era anche un'altra realtà che mi interrogava: gli alcoolisti. Anche nei loro confronti sentivo ripetere: “Non possiamo fare nulla. Sono loro a volerlo...”. E intanto, vedevamo le famiglie sfasciarsi, i ricoveri in ospedale che si sommavano l'uno sull'altro, licenziamenti dal lavoro, sfratti... pareva una china inarrestabile.

E' stata l'amicizia sbocciata con due di loro (un giovane laureato, una ragazza sposata da poco) che mi ha fatto intuire una diversa verità: nonostante tutto, custodivano in cuore il desiderio sincero di uscirne. Un giorno è venuto nel mio ufficio un barbone alcolizzato. Girava con una lametta in tasca e minacciava di tagliarsi se non gli avessimo dato dei soldi. L'ho fatto entrare da me, gli ho parlato con rispetto e gli ho proposto di consumare i pasti alla nostra mensa. Mi ha ringraziato stupito.

Ha iniziato a venire in reparto e ad avvicinare gli altri alcoolisti per convincerli a non bere più. Analizzando a fondo la situazione anche con il primario, abbiamo compreso che una risposta per gli alcoolisti era la creazione di alcuni spazi protetti dove potessero aiutarsi reciprocamente. Una trasmissione televisiva vista per caso mi ha fatto conoscere gli Alcoolisti Anonimi, un metodo di recupero che in Italia cominciava ad affermarsi. Studiando la cosa con il responsabile del Servizio, abbiamo deciso di inviare a questi gruppi i pazienti che chiedevano aiuto. In seguito, erano gli ex-alcoolisti stessi, con le loro famiglie, a farsi promotori di questa nuova opportunità.

Oggi sono in pensione. I 35 anni che ho vissuto al servizio dei malati psichici sono stati un vero dono per la mia vita. Il dolore di tante persone mi ha reso più forte, mi ha dato sensibilità, apertura, una capacità di amare e di comprendere più a fondo la straordinaria bellezza di ogni essere umano.

Qualche anno fa ho avuto modo di dare dei corsi universitari su queste tematiche. Insieme ad uno psichiatra che insegnava nella stessa facoltà, abbiamo intuito che si apriva la possibilità di incidere più al largo, e abbiamo avviato un progetto contro i pregiudizi sulla malattia mentale rivolto agli studenti dell’ultimo anno delle superiori. C'è stato un grandissimo interesse, tanto che abbiamo pensato di estendere gli incontri a tutte le scuole della provincia. In 5 anni, con la collaborazione di 20 operatori psichiatrici e di volontari, abbiamo incontrato oltre 3.000 giovani.

Cosa chiediamo loro? Di aiutarci a cambiare il retroterra culturale, facendo crescere una cultura di accoglienza, di solidarietà e di fraternità. E i giovani non si risparmiano in creatività, sfidando gli stereotipi anche attraverso una serie di slogan che hanno inventato e fanno circolare attraverso mostre, murales, opuscoli. Ci guida la speranza che forse un giorno il dolore dei malati psichici sarà meno pesante e riusciremo a bandire la loro esclusione sociale.»

  • “Vai oltre l’apparenza... Guardami dentro”
  • “Se io sono un diverso... allora tu chi sei?”
  • “Parlo da solo... Vuoi parlare con me?”
  • “Allarga gli orizzonti! Guarda più vicino”
  • “Sono schizofrenico? No, sei solo un uomo!”

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