{"id":234393,"date":"2018-05-14T00:00:00","date_gmt":"2018-05-13T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/mppu.org\/la-fiducia-che-manca-2\/"},"modified":"2018-05-14T00:00:00","modified_gmt":"2018-05-13T22:00:00","slug":"la-fiducia-che-manca-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/2018\/05\/14\/la-fiducia-che-manca-2\/","title":{"rendered":"La fiducia che manca"},"content":{"rendered":"<header class=\"post-header\">\n<div>DI&nbsp;<span><span>ALBERTO BARLOCCI<\/span><\/span> <span><\/span><\/div>\n<div class=\"post-meta\">14 MAGGIO 2018&nbsp;<span class=\"post-meta-author\"><span><\/span><\/span><br \/>FONTE:&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.cittanuova.it\/fonte\/citta-nuova\/\" title=\"Citt&agrave; Nuova\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">CITT&Agrave; NUOVA<\/a><\/div>\n<div>&nbsp;<\/div>\n<\/header>\n<div class=\"post-content\">\n<div class=\"post-summary\"><strong>Un Paese che non crede in s&eacute; stesso e nelle proprie potenzialit&agrave;, che non cerca pi&ugrave; il bene comune, come potr&agrave; riprendersi?<\/strong><\/div>\n<p> <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.cittanuova.it\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/AP_18128667819235-720x0-c-default.jpg\" \/> <\/p>\n<p>Torna a farsi vivo lo spettro della&nbsp;<em>d&eacute;bacle<\/em>&nbsp;economica, anche se le circostanze non sono per niente quelle del 2001. Al di l&agrave; degli errori di gestione, che pur ci sono, il Paese ha bisogno di credere in s&eacute; stesso<\/p>\n<p>Se, per una determinata ragione, siamo obbligati ad avventurarci per un sentiero impervio ed esposto su un baratro e se durante l&rsquo;accidentato percorso continueremo a ripeterci: &laquo;Adesso cado, adesso cado&hellip;&raquo;, &egrave; altamente probabile che presto o tardi cadremo. Di tanto in tanto, in Argentina si verifica una congiuntura del genere. Una delle ragioni &egrave; la&nbsp;cronica mancanza di fiducia&nbsp;tra i vari attori sociali e politici, pi&ugrave; concentrati sugli interessi individuali o settoriali che sul bene comune. Ovviamente, questo non accade solo nel Paese sudamericano. Possiamo leggere in questa chiave le crisi vissute altrove, dove il vero e pi&ugrave; grave deficit &egrave; quello di beni comuni.<\/p>\n<p>In questi giorni,&nbsp;i mercati finanziari hanno penalizzato duramente l&rsquo;Argentina&nbsp;con una pesante svalutazione della sua moneta. Nel giro di pochi giorni il dollaro &egrave; passato da valere 18 pesos a 24. Altrove questa situazione non avrebbe provocato problemi: tutto sommato, le merci da esportare sono meno care, anche se diventano pi&ugrave; care le importazioni. In sostanza l&rsquo;economia nazionale cresce, tra il 2,5 ed il 3 per cento. Non &egrave; molto, ma nemmeno poco. Eppure, lo slittamento del peso ha fatto s&igrave; che nel Paese si accendessero le luci d&rsquo;allerta e sono riapparsi i fantasmi della&nbsp;<em>d&eacute;blacle<\/em>&nbsp;finanziaria e del collasso dello Stato registrato alla fine del 2001.<\/p>\n<p>Perch&eacute;? Sebbene in Argentina si usi il peso come moneta locale, gran parte di coloro che accumulano un capitale risparmiano in dollari. &Egrave; un segnale che da solo parla della&nbsp;poca fiducia nella moneta locale. Di recente, un ministro ha detto chiaramente che &egrave; pi&ugrave; affidabile accumulare dollari che pesos. Altrove sarebbe bastato per chiedergli le dimissioni&nbsp;<em>ipso facto<\/em>, perch&eacute; &egrave; poi difficile presentarsi davanti a un pubblico di investitori stranieri in tali condizioni. Coloro che decidessero di scommettere sull&rsquo;economia argentina lo farebbero esigendo un livello di vantaggi, da ottenere immediatamente, con la riduzione dei benefici locali.<\/p>\n<p>Da pi&ugrave; di un anno, il Paese importa pi&ugrave; di quanto esporti. Sono ormai passati gli anni in cui l&rsquo;attivo commerciale era dell&rsquo;ordine degli 8-10 miliardi di dollari annui. Il che spiega la scarsezza di dollari. Nel frattempo, non va dimenticato, il governo lotta per ridurre l&rsquo;inflazione, che la gestione precedente aveva lasciato a un livello superiore al&nbsp;30 per cento, insieme a un rosso di bilancio sproporzionato, finanziando ai cittadini acqua, luce, gas e trasporti per anni, quasi senza criterio.<\/p>\n<p>La combinazione di inflazione ed elevata spesa pubblica &egrave; stata letale: a tutt&rsquo;oggi, seppur siano stati messi in moto aumenti delle tariffe (a volte in modo scriteriato) si continuano a finanziare tali servizi in media intorno al 20 per cento del loro valore. Il dibattito tra chi vuole ridurre la spesa pubblica e chi vuole mantenere le politiche sociali, in un Paese dove la povert&agrave; &egrave; tornata intorno al 30 per cento, gestendo in qualche modo la protesta sociale per i salari rosicati dall&rsquo;inflazione &ndash;i supermercati nel dubbio, non si sa mai, ritoccano i prezzi &ndash;, ha messo in luce una realt&agrave; sociale e politica nella quale ciascuno guarda il proprio orticello, smarrendo il senso del bene comune.<\/p>\n<p>Un significato politico che l&rsquo;<em>&eacute;quipe<\/em>&nbsp;di tecnocrati che&nbsp;Macri&nbsp;ha messo alla testa del suo esecutivo non ha saputo identificare, n&eacute; indicare. Lasciando l&rsquo;impressione di governare a favore dei settori pi&ugrave; benestanti, forse convinti che se a loro andr&agrave; bene, ci&ograve; riverser&agrave; sull&rsquo;economia i proventi della loro attivit&agrave;. Una&nbsp;ricetta neoliberale&nbsp;che non ha avuto importanti riscontri empirici nel mondo, mentre i settori meno abbienti soffrono penose situazioni di degrado. Un senso del bene comune che nemmeno l&rsquo;opposizione legata alla ex presidente&nbsp;Cristina Kirchner&nbsp;ha dimostrato di avere; l&rsquo;opposizione non ha dato segnali di rendersi conto dello stato pietoso in cui ha lasciato le casse statali e gli investimenti in opere pubbliche, spesso volatilizzatisi in mazzette finite nelle casseforti di speculatori del loro stesso settore.<\/p>\n<p>Per ottenere i dollari necessari ai suoi impegni, il governo &egrave; ricorso ai creditori del mercato finanziario internazionale, che lo hanno fatto a tassi esosi. Il che ha aumentato il debito pubblico, anche se in rapporto al Pil non si tratta di una cifra preoccupante. Nel frattempo si sono combinati altri due fattori: non sono arrivati gli investimenti esteri nella misura sperata, anche perch&eacute; una economia instabile non invita a rischiare. Inflazione e svalutazione hanno introdotto un certo nervosismo tra i creditori che, nel&nbsp;timore di una nuova insolvenza argentina, hanno cercato di disfarsi dei titoli acquistati in precedenza. Il che dimostra quanto poco affidabile siano i mercati finanziari: se temevano l&rsquo;insolvenza perch&eacute; hanno prestato? Ma se non ci sono problemi di insolvenza, visto che finora il Paese ha fatto fede ai suoi impegni, perch&eacute; fuggire?<\/p>\n<p>Macri, che &egrave; ancora distante dall&rsquo;acquisire una visione della realt&agrave; che non sia presa in prestito dal tecnocrate di turno al suo fianco, ha preso la decisione di tornare a bussare alla porta del Fondo Monetario Internazionale, cacciato letteralmente dall&rsquo;Argentina dai Kirchner dopo aver pagato quasi 10 miliardi di dollari dovuti.<\/p>\n<p>Apriti cielo! &Egrave; riapparso un fantasma che rinfocola un circolo vizioso di sfiducia nel governo, tra i settori politici, tra settori industriali e finanziari, tra settori del commercio, tra la cittadinanza.&nbsp;Si pu&ograve; credere in un Paese che non crede in s&eacute; stesso?&nbsp;Direbbe Nanni Moretti: &laquo;Continuiamo cos&igrave;, facciamoci del male&raquo;. Non &egrave; solo un problema argentino. Nel vicino Brasile troviamo elementi comuni, che indicano la necessit&agrave; di un gran patto sociale che affronti un nodo fondamentale: come generare crescita economica e, contemporaneamente, dividere meglio la torta della ricchezza, per non creare legioni di esclusi. E l&rsquo;Argentina gi&agrave; la divide meglio di altri! &Egrave; ricca di risorse naturali ed umane. Ma ha bisogno di assicurare una continuit&agrave; di politiche di Stato che evitino le sue crisi cicliche. Non ha bisogno di uno&nbsp;shock&nbsp;di capitali, ma di fiducia.<\/p>\n<aside class=\"type-attachment\">\n<p><span class=\"lab\">Scarica l&rsquo;articolo in<\/span>&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.cittanuova.it\/wp-admin\/admin-ajax.php?id=122457&amp;action=seed_download_download&amp;type=pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">pdf<\/a><\/p>\n<\/aside><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<header class=\"post-header\">\n<div>DI&nbsp;<span><span>ALBERTO BARLOCCI<\/span><\/span><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"categories":[18],"tags":[],"class_list":["post-234393","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-opinione"],"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/234393","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=234393"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/234393\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=234393"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=234393"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=234393"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}