{"id":234463,"date":"2019-11-07T00:00:00","date_gmt":"2019-11-06T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/mppu.org\/crescita-e-migrazioni-e-lora-di-una-vera-alleanza-euro-africana\/"},"modified":"2019-11-07T00:00:00","modified_gmt":"2019-11-06T23:00:00","slug":"crescita-e-migrazioni-e-lora-di-una-vera-alleanza-euro-africana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/2019\/11\/07\/crescita-e-migrazioni-e-lora-di-una-vera-alleanza-euro-africana\/","title":{"rendered":"\u00abCrescita e migrazioni, \u00e8 l\u2019ora di una vera alleanza euro-africana\u00bb"},"content":{"rendered":"<p>by Simone Disegni<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.reset.it\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Manservisi_Reset-1-320x400.jpg\" \/><\/p>\n<p><em>Ea pars quam Africam appellavimus dividitur in duas provincias, veterem et novam, discretas&nbsp;fossa&nbsp;inter Africanum sequentem et reges Thenas usque perducta, quod oppidum a Carthagine abest<\/em>.<\/p>\n<p>Per i nostri antenati romani, come ricorda con precisione cartografica Plinio il Vecchio nella sua&nbsp;<em>Historia Naturalis<\/em>, l&rsquo;Africa altro non era se non la porzione settentrionale del continente che oggi conosciamo, fiorita attorno alla strategica Cartagine &ndash; due passi dall&rsquo;odierna Tunisi &ndash; per poi estendersi ad inglobare la Numidia, coincidente grosso modo con l&rsquo;Algeria e parte della Libia. Una radice&nbsp;<em>africana<\/em>, quella del Maghreb odierno, spesso dimenticata: dagli abitanti stessi, e da noi europei. E se per risolvere di slancio la sfida decennale delle migrazioni, intimamente legata allo sviluppo economico dei due continenti, tornassimo a considerare Tunisia, Marocco, Egitto ed Algeria come protagonisti di ponte di una vera nuova alleanza euro-africana?<\/p>\n<p>&Egrave; l&rsquo;idea che propone in questa lunga conversazione con Reset Stefano Manservisi, dirigente di primo piano della Commissione Europea: capo di gabinetto di Mario Monti (1995-2000) e quindi di Romano Prodi all&rsquo;epoca della sua presidenza (2000-2004), poi dell&rsquo;Alto Rappresentante Federica Mogherini, &egrave; stato anche direttore generale della Commissione per gli Affari Interni e in seguito per la Cooperazione Internazionale e lo Sviluppo. Sino a ieri, quando ha terminato la sua carriera presso le istituzioni Ue per raggiunti limiti di servizio. L&rsquo;occasione, alla vigilia della pubblicazione del volume di Reset&nbsp;<em>Sfida Mediterranea<\/em>&nbsp;sul futuro delle relazioni euro-africane, per gettare lo sguardo sulla posizione internazionale dell&rsquo;Ue e sul futuro della democrazia, a nord come a sud del Mediterraneo.<\/p>\n<p>Manservisi, a quasi nove anni dall&rsquo;immolazione dell&rsquo;ambulante Mohamed Bouazizi, la Tunisia &egrave; rimasta di fatto l&rsquo;unico Paese &ldquo;sopravvissuto&rdquo; all&rsquo;ondata di proteste anti-autoritarie delle cosiddette Primavere Arabe. Eppure le perduranti difficolt&agrave; economiche continuano a metterne a rischio la tenuta sociale e politica. Come scongiurare tale scenario? &nbsp;<\/p>\n<p>Partiamo dai dati. Secondo l&rsquo;ultimo Afrobarometro, un&nbsp;<em>opinion poll<\/em>&nbsp;su ci&ograve; che accade nella regione, in Tunisia il sostegno alla democrazia era al 71% nel 2012, all&rsquo;indomani della Rivoluzione, e al 46% nel 2017. Che cosa significa? Che esaurito l&rsquo;impulso di essersi liberati da un sistema vecchio &ndash; paternalista, ingessato &ndash; oltre che repressivo, i benefici sul piano della crescita e della trasformazione di questa in coesione sociale sono mancati. Una serie di attese in termini di democrazia, di crescita, di giustizia sociale, in altre parole, in Tunisia visibilmente non sono state adeguatamente ripagate: il che spiega perch&eacute; malgrado una certa stabilit&agrave; e credibilit&agrave; delle istituzioni tunisine, sotto la pelle la fragilit&agrave; &egrave; immensa, e dunque le elezioni che ora affronta il Paese non sono solo politiche ma riguardano il modello di crescita stesso, perch&eacute; sostanzialmente i poveri ed esclusi del 2011 sono rimasti poveri ed esclusi anche adesso. E in questo modo l&rsquo;assioma di una correlazione evidente tra democratizzazione e crescita economica e a cascata distribuzione dei suoi frutti &egrave; messo a dura prova.<\/p>\n<p>Un pessimo segnale nel momento in cui il modello liberaldemocratico soffre la concorrenza impietosa di altri grandi player globali. Dobbiamo davvero pensare che sistemi chiusi o perfino autoritari siano in grado di garantire risultati socio-economici pi&ugrave; efficaci?<\/p>\n<p>Non c&rsquo;&egrave; dubbio che sul piano globale, come testimoniano tutte la analisi contemporanee sul tema, assistiamo oggi a una restrizione dei Paesi governati da democrazie liberali ed un&rsquo;affermazione parallela delle democrazie autoritarie o autocrazie. Questo indica una serie di problemi su cui l&rsquo;Europa per prima deve riflettere. Da un lato, la complessit&agrave; dei problemi e delle paure che crea una globalizzazione policentrica richiede dalle istituzioni una capacit&agrave; di azione rapida, efficace e visibile. Ora evidentemente ci&ograve; non sempre &egrave; possibile, il che genera quel cortocircuito in cui s&rsquo;inseriscono i populismi o forme autoritarie che vediamo prendere piede attorno a noi. Dall&rsquo;altra parte, &egrave; evidente che una democrazia che lascia magari pi&ugrave; spazi di libert&agrave; ma che non affronta la questione della coesione sociale, della distribuzione della ricchezza, che non fa insomma che creare una nuova casta di ricchi al posto di quella vecchia senza concedere alla gente comune nuove opportunit&agrave; crea delle delusioni. Tale fenomeno ha giocato senza dubbio a favore delle democrazie autoritarie. Tuttavia se ci chiediamo se in fin dei conti queste siano davvero in grado di governare questa complessit&agrave;, direi che c&rsquo;&egrave; un&rsquo;illusione di breve termine, ma che i risultati sono ben lungi dall&rsquo;essere dimostrabili. Sono spesso operazioni di contenimento e di breve periodo, che dimostrano a mio avviso una cosa fondamentale: che la democrazia deve riflettere sulla capacit&agrave; di essere non solo formalmente legittima, attraverso elezioni, ma&nbsp;<em>sostanzialmente&nbsp;<\/em>accettata perch&eacute; in grado di portare frutti tangibili. In mancanza di questi, i populisti di ogni tipo navigano, in Europa come altrove.<\/p>\n<p>Sulla scia di quel domino incredibile dell&rsquo;inverno\/primavera 2011, l&rsquo;Ue lanci&ograve; un&rsquo;ambiziosa risposta, la cosiddetta Partnership per la democrazia e la prosperit&agrave; condivise con il Mediterraneo del Sud. Che fine ha fatto quell&rsquo;aspirazione &ldquo;macro-regionale&rdquo;? E chi ha tradito le promesse di rifioritura del Nord Africa?<\/p>\n<p>Con tutta l&rsquo;amicizia per i nostri partner, i primi responsabili sono le nuove classi dirigenti dei Paesi stessi: in troppi casi queste hanno creato un cortocircuito contendendosi il potere ma tentando anche di usarlo a proprio favore, con scarsi risultati. I dati del citato Afrobarometro in questo senso sono preoccupanti: se in cinque anni il consenso per la democrazia &egrave; calato dal 71 al 46% significa che la politica e le istituzioni tunisine in primis sono stati deludenti. Quanto a noi, l&rsquo;Unione Europea ha sposato subito quelle primavere, pur forse non leggendo sempre a fondo le sfumature di quei fenomeni, con la risposta politica del partenariato: negli ultimi cinque anni abbiamo investito circa 1,5 miliardi nei Paesi del NordAfrica per il rafforzamento delle istituzioni, per la creazione di occupazione e la coesione sociale. Ma va detto che simmetricamente in Europa, specie dal 2013-14, la pressione migratoria dalla Libia insieme con gli attacchi terroristici hanno generato un importante fenomeno di autodifesa. I populisti nostrani cos&igrave; come le politiche restrittive hanno giocato molto. Poich&eacute; la richiesta chiave dei giovani di quei Paesi era ed &egrave; di potersi muovere di pi&ugrave;, non dimentico che in quegli anni in cui ero direttore generale agli Affari Interni parlare di liberalizzazione o facilitazione dei visti dal NordAfrica era quasi una bestemmia&hellip;<\/p>\n<p>Le mutazioni di sensibilit&agrave; politica, insomma, hanno condizionato la capacit&agrave; delle istituzioni Ue di dare una risposta ambiziosa a quella domanda che veniva da Sud.<\/p>\n<p>Proprio cos&igrave;. Ci sono state condizioni oggettive dai due lati del Mediterraneo che malgrado la buona fede hanno impedito la sola vera risposta alla domanda, cio&egrave; una vera integrazione. Per spiegare in modo immediato la politica di vicinato specie nei confronti del Nord Africa, Romano Prodi coni&ograve; l&rsquo;espressione &ldquo;Everything but insitutions&rdquo;: voleva dire mirare di fatto a una piena integrazione economica, unico modo per ancorare quelle economie e quelle istituzioni all&rsquo;Europa, e facilitare cos&igrave; sui due lati del mare sviluppi sostenibili. Mi pare evidente che siamo ben lontani dalla realizzazione di quel motto.<\/p>\n<p>Allarghiamo la visuale ai due continenti. Entro i prossimi due decenni, come Reset racconter&agrave; in un libro di prossima uscita, la popolazione africana superer&agrave; quota 2,5 miliardi di persone, il triplo di quella europea. Come ci dovremo relazionare con il &ldquo;gigante&rdquo; a sud?<\/p>\n<p>Il differenziale demografico tra un&rsquo;Europa che invecchia e un&rsquo;Africa sempre pi&ugrave; giovane &egrave; gi&agrave; oggi una componente centrale della relazione: il 60% della popolazione africana ha meno di 35 anni. Poi il trend potr&agrave; evolversi in direzioni diverse a seconda che vengono attuate o meno anche in Africa politiche di controllo delle nascite e di pianificazione famigliare, ma lo scenario &egrave; chiaro. Come Commissione noi riteniamo che la soluzione sia un&rsquo;alleanza tra Europa e Africa: non solo l&rsquo;Africa sub-sahariana, tutta l&rsquo;Africa. Stiamo lavorando, pur mantenendo la differenziazione tra i Paesi nell&rsquo;area del Vicinato e gli altri, per avere un dialogo politico con tutti allo stesso momento di modo da affrontare le questioni continentali in modo differenziato ma in un luogo unico &ndash; l&rsquo;ultima volta &egrave; stata ad Abidjan con il vertice Europa-Africa (a novembre 2017,&nbsp;<em>ndr<\/em>). Dobbiamo essere chiari: o quel differenziale ci fa paura, o ci spinge a vederne le opportunit&agrave; e potenzialit&agrave;. Un continente giovane &egrave; un continente di persone che sono pi&ugrave; facilmente entusiaste di inventare, di innovare, che ha una propensione alla creazione di impresa pi&ugrave; alta di quella dell&rsquo;Estremo Oriente, dove le nuove tecnologie si espandono in maniera molto veloce. Oggi in Africa c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; di uno smartphone a testa: e non &egrave; solo per telefonate &ldquo;private&rdquo;, ma soprattutto per svolgere attivit&agrave; economiche, scambi etc. Costruiamo con l&rsquo;Africa una vera alleanza, dunque, basata su quattro pilastri. Il primo sono gli investimenti &ndash; superando il concetto dei vecchi &ldquo;aiuti allo sviluppo&rdquo; &ndash; che devono essere orientati all&rsquo;obiettivo di creare occupazione: lavoro che generi a sua volta ricchezza sostenibile e distribuibile. Secondo, la lotta al cambiamento climatico, al tempo stesso foriera di opportunit&agrave; e di sfide comuni &ndash; pensiamo al suo impatto gi&agrave; oggi sui flussi migratori. Terzo, l&rsquo;adozione di politiche ed approcci pan-africani, che tengano conto cio&eacute; di quella dimensione di mercato interno africano che si sta costruendo, e per la quale possiamo condividere tutta la nostra esperienza. Quarto ed ultimo, i giovani e le donne, gruppi entrambi in maggioranza all&rsquo;interno di quelle societ&agrave; cui vanno riconosciuti maggiori spazi ed opportunit&agrave;.<\/p>\n<p>Sul breve periodo, resta per&ograve; il gigantesco problema di gestire in maniera ordinata i flussi migratori: possibilit&agrave; o utopia?<\/p>\n<p>Premesso che la parte preponderante di quei flussi si svolge oggi&nbsp;<em>all&rsquo;interno<\/em>&nbsp;del continente africano, con problemi d&rsquo;integrazione e razzismo a volte non dissimili dai nostri, non c&rsquo;&egrave; dubbio che l&rsquo;implosione della Libia in particolare ha creato per noi un problema molto acuto rispetto ad una pressione che in realt&agrave; c&rsquo;&egrave; sempre stata. Credo la prima risposta stia nel pensare la questione migratoria come un fattore comune, per il quale ognuno &egrave; un po&rsquo; responsabile. Gli stessi Paesi africani in altre parole devono essere in grado di gestire il loro territorio. Non parlo di repressione, ma di rendersi conto che non si possono chiudere gli occhi rispetto ai traffici di uomini magari illudendosi di beneficiare delle rimesse di chi emigra: bisogna lavorare insieme per combattere i trafficanti. Ora, sin qui abbiamo lavorato insieme &ndash; investendo 3,5 miliardi &ndash; sulla reintegrazione di quanti tornano a casa, sulla creazione di impiego, sul rafforzamento delle capacit&agrave; di controllo del territorio. Ma sull&rsquo;altro binario, quello di favorire l&rsquo;immigrazione legale, abbiamo fatto troppo poco: da un lato per via del contesto politico difficile in Europa, dall&rsquo;altro perch&eacute; le competenze Ue quando si entra su questo terreno sono ben poche dunque non abbiamo potuto fare proposte molto ardite. Sono convinto che negli anni a venire si debba fare molto di pi&ugrave; in questo campo perch&eacute; il modo per scoraggiare la migrazione illegale &egrave; una vera ancorch&eacute; difficile migrazione legale. E aggiungo che le istituzioni europee saranno pi&ugrave; forti nel farlo se le stesse imprese, che hanno necessit&agrave; di manodopera e competono sul mercato globale per menti e professionalit&agrave;, assumeranno un ruolo pi&ugrave; proattivo proponendo esse stesse una politica migratoria a livello europeo. Su queste basi, contesto politico permettendo, c&rsquo;&egrave; spazio per fare un grande salto.<\/p>\n<p>L&rsquo;interesse europeo per una partnership di tale tipo con l&rsquo;Africa &egrave; evidente. Siamo sicuri per&ograve; che dall&rsquo;altra parte vi sia lo stesso impegno, o rischiamo di &ldquo;perdere&rdquo; lo sviluppo del grande continente a beneficio di altri competitor globali come la Cina?<\/p>\n<p>Da parte africana c&rsquo;&egrave; grandissimo interesse, anzi sono quei Paesi stessi spesso a dirci: svegliatevi, non siete pi&ugrave; il nostro partner &ldquo;naturale&rdquo;, noi ragioniamo gi&agrave; in ottica globale. L&rsquo;Africa in questi anni ha preso coscienza di s&eacute;, e del fatto che in un mondo multipolare si moltiplicano le opportunit&agrave; nelle relazioni con &ldquo;altre&rdquo; potenze. Se &egrave; verto che restiamo di gran lunga il primo partner commerciale, il primo detentore di stock d&rsquo;investimenti nonch&eacute; il pi&ugrave; grande donatore di aiuti allo sviluppo, dobbiamo smetterla dunque di pensare in maniera egocentrica, come se l&rsquo;Africa per definizione guardasse a noi. Quella relazione privilegiata &egrave; destinata a durare solo se saremo capaci di rinnovarla. Quello che deve avanzare con gli investimenti &egrave; l&rsquo;impatto che siamo in grado di avere in termini di creazione di lavoro, di opportunit&agrave; per i giovani, di trasferimento di conoscenza, di formazione, di miglioramento del contesto di business. Ma il vero salto sta nell&rsquo;integrazione dello spazio africano in quello che una volta avremmo chiamato decentramento produttivo. Si tratta di concepire gli investimenti in un&rsquo;area economica a tutti gli effetti euro-africana. Per fare questo, bisogna che l&rsquo;Africa sia molto meno vista come il continente della povert&agrave;, della siccit&agrave;, delle guerre, dei disastri, o delle commodities. &Egrave; una realt&agrave; che esiste ma c&rsquo;&egrave; come detto tanto altro, dal momento che parliamo di un&rsquo;area che cresce del 4,5%, dove c&rsquo;&egrave; fame di tecnologia, di creazione di piccole e medie imprese. E in questo gli africani sono molto sensibili, perch&eacute; certo altri partner sono molto pi&ugrave; rapidi di noi ma lavorano in condizioni di mancanza di trasparenza finanziaria quasi assoluta, oltre che di crescita locale molto limitata: parte di quei Paesi soprattutto se hanno lavorato molto con la Cina cominciano a porsi delle serie domande sulla sostenibilit&agrave; del debito. In quest&rsquo;ottica, per tornare al punto di partenza della discussione, il valore aggiunto dei Paesi nord-africani &egrave; fondamentale. Nelle nostre relazioni noi li abbiamo sempre considerati mediterranei ma molto poco africani, mentre invece il loro livello di sviluppo e di capacit&agrave; pu&ograve; essere un fattore fondamentale in questo partenariato euro-africano da mettere in piedi. Il Marocco &egrave; in questo l&rsquo;esempio migliore: un vero Paese&nbsp;<em>mediterraneo-africano<\/em>, che lavora con noi forse nel modo pi&ugrave; avanzato in tutto il Maghreb anche in tema di sicurezza e gestione dei flussi migratori, ma al contempo profondamente ancorato in Africa attraverso politiche ben mirate.<\/p>\n<p>Dunque la frontiera dei prossimi anni pu&ograve; essere quella di un superamento della politica di vicinato per includere i Paesi del Magreb in una vera e propria alleanza euro-africana?<\/p>\n<p>Credo di s&igrave;. La politica di vicinato resta una delle pi&ugrave; importanti, per&ograve; oggi in termini geopolitici il nostro vicino &egrave; l&rsquo;Africa tutta intera; poi al suo interno si differenzia, con i Paesi del Nord Africa protagonisti di uno schema di collaborazione pi&ugrave; ravvicinata.<\/p>\n<p>Siamo alla vigilia di un nuovo ciclo di governo dell&rsquo;Ue, ma anche di un nuovo quadro finanziario pluriennale. Nei prossimi 5-7 anni, dobbiamo aspettarci un&rsquo;Unione pi&ugrave; aperta al mondo o pi&ugrave; intenta a &ldquo;proteggere&rdquo; i suoi cittadini dal mondo?<\/p>\n<p>&Egrave; una previsione difficile poich&eacute; dipende da tanti fattori. Di certo sul piano operativo nel Quadro Finanziario per il prossimo settennato abbiamo cercato di semplificare al massimo gli strumenti per l&rsquo;azione esterna per aumentarne la coerenza ed efficacia. Secondo, credo la risposta a questa domanda non potr&agrave; che essere ancorata al concetto di sostenibilit&agrave;. Il contesto di obiettivi internazionali entro il quale lavoriamo &egrave; quello dei Sustainable Development Goals, ossia l&rsquo;Agenda 2030 per la sostenibilit&agrave; a livello globale decisa nel 2015 che ispira tutte le nostre politiche di sviluppo: mobilit&agrave;, migrazione, lotta alla povert&agrave;, coesione sociale &ndash; tutte le politiche e le azioni vanno formulate in modo integrato guardando a quegli obiettivi. E la presidente presto in carica Von der Leyen lo ha detto molto chiaramente: se facciamo degli SDG l&rsquo;orizzonte dell&rsquo;azione dell&rsquo;Ue, diamo un messaggio fortissimo non solo all&rsquo;interno, ma anche a tutti i nostri partner.<\/p>\n<p>Tanto all&rsquo;interno quanto all&rsquo;esterno, molte forze agiscono per&ograve; oggi per la disintegrazione dell&rsquo;Unione Europea. Se guarda all&rsquo;Europa del 2040, &egrave; preoccupato che tutto ci&ograve; che &egrave; stato cos&igrave; sin qui faticosamente costruito possa sfaldarsi?<\/p>\n<p>Che ci siano forze negative all&rsquo;opera &egrave; perfettamente normale e legittimo. Io credo per&ograve; che sul piano concerto della sostenibilit&agrave; delle proposte alternative esse non siano credibili. Si parla di un presunto G2, sottolineando una nuova configurazione di grandi potenze: se la risposta a tutto questo &egrave; ritornare agli staterelli europei, qualcuno dovr&agrave; spiegare dov&rsquo;&egrave; la logica. La vicenda di Brexit, incagliata in un cortocircuito ad oltre due anni dal voto per uscire dall&rsquo;Ue, dimostra plasticamente quest&rsquo;assenza di visione alternativa. Credo dunque queste forze esprimano un disagio e una critica verso le istituzioni europee di cui tenere conto, ma che esse non abbiano grande futuro. A meno che gli europei non decidano di distruggersi da loro un&rsquo;altra volta come gi&agrave; in passato. D&rsquo;altra parte le ultime elezioni europee ci hanno consegnato un messaggio interessante: pi&ugrave; votanti, pi&ugrave; giovani, e un&rsquo;apertura di credito, non gratis ma condizionata, all&rsquo;Europa. Per rispondere a queste istanze abbiamo solo una strada: quella di essere non solo integrati, ma di dimostrare che questo produce pi&ugrave; occupazione, pi&ugrave; coesione sociale e pi&ugrave; efficacia.<\/p>\n<p>Il 1&deg; ottobre lei termina una carriera di primissimo piano ai vertici dell&rsquo;Ue. Chi &egrave; stato, per concludere, l&rsquo;uomo (o donna) politico con la pi&ugrave; ambiziosa visione europea che lei abbia incontrato nel suo percorso?<\/p>\n<p>Avendo lavorato al loro fianco, Mario Monti e Romano Prodi hanno mostrato dal mio punto di vista la visione pi&ugrave; strutturata e strutturante di quello che &egrave; e pu&ograve; essere il concetto e la realt&agrave; dell&rsquo;Europa, e di come indovinare i percorsi per portarla a diventare ci&ograve; che ancora non &egrave;.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Source: <a href=\"https:\/\/www.reset.it\/caffe-europa\/crescita-e-migrazioni-e-lora-di-una-vera-alleanza-euro-africana\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\" title=\"Source\">https:\/\/www.reset.it<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>by Simone Disegni<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"categories":[18],"tags":[],"class_list":["post-234463","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-opinione"],"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/234463","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=234463"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/234463\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=234463"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=234463"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.mppu.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=234463"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}